Lotta di classe: da Repubblica delle idee al Pride

Lotta di classe: da Repubblica delle idee al Pride

Articolo di Elettra Bernacchini

 

Un incipit un po’ arrogante: “La storia di ogni società sinora esistita è storia di lotte di classi. […] oppressori e oppressi sono sempre stati in contrasto fra di loro, hanno sostenuto una lotta ininterrotta, a volte nascosta, a volte palese: una lotta che finì sempre o con una trasformazione rivoluzionaria di tutta la società o con la rovina comune delle classi in lotta”. Non dico la citazione per intero, ma sicuramente almeno uno o due termini che compaiono bastano per far capire a chiunque (o quasi) da dove sono tratte le parole: Manifesto del partito comunista di Karl Marx e Friedrich Engels (1848, p. 486 in trad. italiana), che a mia volta ho trascritto da Il pensiero di Karl Marx di Stefano Petrucciani (p. 144, Carocci 2018), un manuale niente male per chi ha il desiderio di approcciarsi al pensiero marxiano, in vista della lettura dei testi originali – so che molti credono che l’unico modo per conoscere un autore sia leggere l’opera originale, sono d’accordo, però credetemi: ogni tanto un manuale non fa male a nessuno. Ho detto arrogante perché cominciare citando Marx crea inevitabilmente aspettative altissime in chi (forse) legge, ne sono consapevole, perciò mi sono voluta portare avanti con le possibili critiche e proverò a spiegare perché ho voluto un incipit del genere, nonostante il rischio.
Non posso, in tutta onestà intellettuale, definirmi marxista, sarei davvero presuntuosa e illusa. Posso, però, affermare abbastanza tranquillamente che leggendolo e, seppure solo un poco, studiandolo mi sono resa conto che la sua interpretazione della società ha fatto breccia nella mia visione del mondo in modo totalizzante: a quanti succede? Nessuno si aspetti un’improbabile esegesi del Manifesto o una strutturata “riflessione a margine” della lettura del testo, piuttosto, per favore, chiedo aiuto per rispondere a una domanda che mi pongo alla luce di quanto ho appena raccontato: è sbagliato (o anacronistico o non so) pensare in termini di “lotta di classe” tutte quelle battaglie sociali e politiche che hanno attraversato o attraversano tutt’ora la nostra Storia?
Provo a ragionare sul quesito portando due diversi esempi in cui mi sono imbattuta durante questo giugno 2019. Dal 7 al 9 del mese si è svolto a Bologna “Repubblica delle Idee”, il festival del quotidiano nazionale che, come sottotitolo, ha presentato un concetto tanto semplice nel lessico quanto provocatorio nel contenuto: C’è un’altra Italia. Una delle conferenze cui ho potuto partecipare riguardava un progetto editoriale video sulla raccolta di testimonianze dei “veri” Partigiani ancora in vita – per chi fosse interessato, basta cercare “Vite partigiane – Gad Lerner” su Internet. Mentre ascoltavo i relatori ho avuto due pensieri. Il primo totalmente personale, perché ho pensato al mio nonno materno, alla sua esperienza tra i Partigiani e al fatto che avrei dovuto riprenderlo quando da piccola me la raccontava (mi sono commossa, succede). Con il secondo, invece, ho cercato di rispondermi ad un’altra domanda, collegata a quella già posta, che ritorna in mente ogni volta che tratto questo argomento: perché provo una sorta di incondizionato rispetto per i Partigiani? Credo perché sono state persone che, nonostante le probabilità a loro sfavorevoli, hanno comunque deciso di mettersi insieme e creare una rete di forze e d’intenti per produrre un cambiamento, a qualsiasi costo, sapendo di concorrere per qualcosa di migliore, per un’apertura della società in cui vivevano allora; insomma, si sono resi “classe di oppressi” in lotta con gli oppressori.
D’altra parte, giugno è anche il “mese del Pride”, il grande corteo del mondo LGBTQ+, che almeno per un giorno può esprimersi liberamente, allegramente e apertamente, invitando chiunque a partecipare ai festeggiamenti. Devo essere onesta anche in questo caso e confessare che non ho sempre avuto lo stesso atteggiamento nei confronti di questa realtà: da più giovane, semplicemente, non me ne interessavo – complice, probabilmente, anche il fatto di essere nata in una piccola cittadina – mentre, crescendo, ho dovuto prima decostruire alcuni di quei blandi preconcetti di matrice cattolica inevitabilmente assimilati – del tipo “Ognuno può fare quel che vuole, però bisogna fissare delle regole di decenza”, per intenderci; poi per fortuna si vivono esperienze, si conoscono persone e le opinioni s’ingentiliscono. In seguito, ho raggiunto l’unica, inevitabile e molto soddisfacente conclusione logica possibile: i gusti sono personali, ma i diritti sono di tutti. Da quel momento ho imparato ad amare il Pride, ci sono andata, mi sono divertita e ho scoperto una nuova storia, dagli scontri di Stonewall del 1969, inizio alla “Liberazione” fisica della comunità LGBTQ+, fino alle sfilate e alle lotte politiche di oggi, percorse e combattute centimetro per centimetro, diritto per diritto – su questo, un consiglio personale: l’articolo su theVision.com “Il Pride non è sobrio e non potrà mai esserlo”. Anche in questo caso il riassunto è simile al precedente: un gruppo di persone, sempre più grande, si rende “classe di oppressi” e lotta contro gli oppressori.
Ecco, alla fine, forse generalizzando troppo, torno comunque alla lotta tra classi e al pensiero marxiano, ad un punto di partenza che suona antico e che invece riscopro, come tanti altri prima e meglio di me, attuale.
Cosa vuol dire? È l’unica teoria possibile? Per ora, penso solo che sia un modo utile di leggere la realtà che impedisce la chiusura mentale e sociale, che stimola anzi il progresso di una persona e della comunità in cui questa si riconosce.
Parteggiare per gli oppressi che vincono ciò che prima non avevano sarà sempre motivo di orgoglio; parteggiare per gli oppressori che temono di perdere ciò che hanno sarà sempre motivo di indecente (questa sì!) vanagloria. Qui, credo, sta la differenza tra neo-fascismo e neo-antifascismo, qui, probabilmente, sta la risposta alle mie domande.
Attenzione: sentitevi liberi di dissentire, anzi fatelo, così discuteremo, forse ci inalbereremo, magari con alcuni ci divideremo, eppure ho fiducia che alla fine troveremo la quadra e diventeremo “classe” anche noi.

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