Roberto Mercadini: il narratore (im)perfetto dell’errore

Roberto Mercadini: il narratore (im)perfetto dell’errore
Articolo di Fabrizio Ulivi

Non è facile parlare di un uomo come Roberto Mercadini. Non è facile perché non si sa bene che cosa dire, o meglio, il rischio è quello di cominciare a parlare (scrivere) di lui e perdersi in un vortice di riflessioni apparentemente caotiche e sconclusionate.
Cominciamo da una, anzi, due domande basilari, fondamentali, essenziali, cioè: chi e cosa è Roberto Mercadini? Per rispondere alla prima credo sia più opportuno rimandare ai due video caricati sul suo canale YouTube, intitolati La mia storia, parte uno e parte due: cinquantun minuti e ventiquattro secondi di autobiografia meritevole di essere ascoltata – non sono solito indulgere al narcisismo narrativo dilagante sui social e non solo, ma qui, decisamente, non si tratta di narcisismo né di egocentrismo né di manie di grandezza; anzi.
In sintesi, comunque, (per dare qualche dato certo, chiaro, granitico, inconfutabile) Mercadini è nato a Cesena nel 1978 – così si legge sul suo sito personale, per cui c’è da fidarsi, e così c’è scritto pure nella terza di copertina del suo romanzo Storia perfetta dell’errore, anche se, più precisamente, nel video Perché racconto storie? dice di essere di Sala di Cesenatico – insomma, da quelle parti: Romagna. Però, caro Roberto, ti vorremmo più accurato, perché se uno vuole parlare di te non può cominciare dicendo “è di Sala di Cesenatico però è nato a Cesena” e via ai dubbi, alle illazioni, alle inferenze più spericolate: perché è nato a Cesena se è di Sala di Cesenatico? Forse che a Sala non c’è l’ospedale? Probabile. Ma allora perché non è nato a Cesenatico? Mistero. Scherzi a parte, senza aver punto risposto alla prima domanda (chi è Roberto Mercadini?), passiamo alla seconda, ancor più complessa: cosa è Roberto Mercadini? Potremmo rispondere con poche parole, cinque per l’esattezza, contando parole “piene” e parole “vuote”, parole “contenuto” e parole “funzione”: uno scrittore e un attore (dove uno, e, un sono le parole vuote, parole funzione e scrittore, attore le parole piene, parole contenuto…). Ma non ci basta. Queste cinque parole non esauriscono nemmeno lontanamente la fantasia, l’originalità, l’opulenza dell’attività narrativa di Mercadini: già, Roberto è ed ama definirsi un narratore. Racconta, insomma, storie “(che contengono storie (che contengono altre storie)). A volte sopra un palcoscenico. A volte in video. A volte dentro un libro”, come si evince sempre sul sito del – del? del narratore in questione.

Ha scritto un romanzo, Roberto, l’abbiamo citato poco fa: Storia perfetta dell’errore; è un titolo che fa sorridere, è un titolo un po’ strano, diciamo, che rivela il gusto del suo autore per la contraddizione, o per la compresenza dei contrari. È il titolo di un autore che si diverte a pubblicare libri come Io non scrivo mai niente (sottotitolo: Monologhi cosmici, tanto per volare basso; dal sito della casa editrice apprendiamo che Roberto è anche un monologhista, etichetta in effetti azzeccata). Mi fermo un attimo per aprire una piccola parentesi di cui forse molti non avvertiranno la necessità – e necessaria non è, ma chi dice che dobbiamo scrivere solo ciò che è necessario, e soprattutto, chi ci dice che cosa è necessario? – insomma, una parentesi a cui tengo particolarmente, e tanto basti. Io ho l’impressione (ma magari sto prendendo un granchio) che sotto sotto ci sia lo zampino di un piccolo grande conterraneo di Roberto, un poeta (ma fu anche lui, diciamo, un narratore) del secolo passato, un poeta timido dal nome un po’ anonimo, “un ragazzino «cesenaticese» / che non prevalse e non accese un razzo”1: Marino Moretti, la cui casetta verde pastello è visitabile gratuitamente al numero uno di via Marino Moretti (già Strada del Canale), lungo il meraviglioso porto-canale di Cesenatico. Senza farla tanto lunga, cito i titoli rispettivamente di una poesia e un romanzo: Io non ho nulla da dire2 (dal Giardino dei frutti, 1915) e Scrivere non è necessario (1938). Ed è tutto detto. Tra l’altro, Mercadini è anche poeta: Madrigali per surfisti estatici pubblicato nel 2011.

Mi rendo conto, all’alba della seconda pagina di questo articolo un po’ caotico, di non aver detto molto su Roberto; sappiamo che è uno scrittore-attore-monologhista-poeta-narratore romagnolo, che ha circa quarant’anni, che gli piace la contraddizione, il paradosso, che condivide più della M iniziale del cognome col poeta suo conterraneo Moretti. Sono dati, perlopiù. Informazioni che potete estrapolare in abbondanza dalla pagina Wikipedia a lui dedicata. Ma a noi non piacciono i dati. Almeno, non finché rimangono dati, numeri. Elenchi. Quando diventano simboli, allora sì che ci interessano: allora sì che raccontiamo una storia. Quando prendi un pezzetto di mondo, anche piccolo, umile, sperduto e gli dai un senso (sto parafrasando dal video già menzionato, Perché racconto storie?), non hai più dati, non hai più soltanto informazioni grezze, ma hai, appunto, un senso, un senso che interessa tutti, che coinvolge tutti, un senso suscettibile di essere preso da altri e rivisto, riformulato, approfondito, deviato se vuoi. Quando dai senso a un pezzo di mondo, è come se quel piccolo pezzo di mondo s’illuminasse e illuminandosi facesse luce ai pezzetti di mondo che gli stanno intorno, e questi ancora ai pezzetti intorno, e via potenzialmente all’infinito, sempre più luce, sempre più pezzi illuminati, a illuminare tutto il mondo, cielo, e terra e tutti i mondi immaginabili diversi da questo.

Così un peperone, per esempio, diventa il pretesto per discutere dell’errore commesso da Eco nel Nome della rosa, errore madornale, sicuramente, errore quasi imperdonabile, ma attenzione ai giudizi affrettati, perché c’è chi, sulla base di questo errore, potrebbe essere pronto ad attaccare il pressappochismo, la mala cura, l’ignoranza (!) di Umberto Eco. E il giudizio, direi, è tema ricorrente, dal morbo del “recensionismo compulsivo”3 che infetta la nostra società e fa sì che ognuno si senta libero di esprimere la propria opinione, anche superficiale, anche affrettata, anche su un argomento di cui l’individuo in questione non capisce una mazza, allo strano fenomeno del vegano carnivoro che non perdona l’uccisione di un’ape (per la salvaguardia della vita di un’infante), salvo poi mostrare immagini di sé teneramente abbracciato a pesci presumibilmente pescati (dal video Vegani carnivori: uno strano fenomeno).
Così, nella Storia perfetta dell’errore, una storia d’amore “come tante” (ma non proprio: la donna amata soffre di disturbo esplosivo intermittente) cresce come un fiume e si riversa in tanti rivoli preziosi e imprevedibili, a raccontare la genesi della Luna, nata dall’impatto spaventoso tra la Terra e un altro pianeta, a narrare l’incontro casuale tra batterio ameboide e cianobatterio che scatena l’evoluzione, a raccontare la costruzione della torre di Babele.

Ecco la vera Torre di Babele. Il linguaggio. Non qualcosa che per essere portato a termine ha bisogno di una lingua comune. Ma qualcosa dalla quale tutte le diverse lingue sono accomunate. Non qualcosa di cui si narri la storia. Ma il fatto stesso che tutti noi, da sempre, narriamo storie (p. 188).
Oltre a vedere Mercadini riprodotto dai pixel dei tanti, tantissimi, troppi video che trovate sul suo canale YouTube e sulla sua pagina Facebook, Roberto batte instancabilmente teatri, piazze, circoli, librerie, spiagge, castelli e quant’altro sparsi per la penisola. Io ho assistito a uno splendido monologo su Moby Dick al Mama’s Club di Ravenna ma vi assicuro: vale la pena anche domandarsi con lui se la Terra è proprio sferica.

 

Note:

 1) Dalla poesia L’occhio di Dio.

2) «Aver qualche cosa da dire / nel mondo, a se stessi, alla gente. / Che cosa? Io non so veramente / perché io non ho nulla da dire. // Che cosa? Io non so veramente. / Ma ci son quelli che sanno. / Io no – lo confesso a mio danno, / non ho da dir nulla ossia niente (…)».

3)  Dal video Il delirio delle recensioni su Amazon Libri.

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