Aboubakar Soumahoro: Umanità in rivolta spinta all’angolo del ring

Aboubakar Soumahoro: Umanità in rivolta spinta all’angolo del ring

Aboubakar Soumahoro: Umanità in rivolta spinta all’angolo del ring

Articolo di Elettra Bernacchini

Chiunque ha uno o più esempi cui ispirarsi, a seconda del percorso e delle priorità della propria vita.

Voglio dire che tutti noi, quando decidiamo di fare o non fare qualcosa, abbiamo in testa una o più persone che si sono trovate nella nostra stessa situazione, o in una molto simile, in precedenza, e che con la loro scelta aiutano noi a prendere la nostra. Esistono diverse categorie di “persone-esempio”, membri della famiglia, amici, colleghi o “famosi sconosciuti” – nel senso di personaggi pubblici con i quali non abbiamo un rapporto diretto, ma dei quali decidiamo, per una nascosta affinità elettiva, di seguire in qualche modo le orme. Esistono, anche, differenti livelli esistenziali per cui possiamo trarre ispirazione da tali modelli, dal tipo di lavoro da svolgere al modo di comportarsi ogni giorno. Non credo che riconoscere l’esistenza di queste “persone-esempio” sia un atto di debolezza – la retorica da self made man “Io sono il modello di me stesso” non mi ha mai convinto granché, forse è accettabile solo in età da pensione – anzi, scoprire quali sono i modelli culturali e comportamentali di qualcuno può insegnare molto sulla persona. Da parte mia, ho modelli sia tra famiglia e conoscenti, sia tra i “famosi sconosciuti”, e proprio su uno di questi vorrei concentrarmi.

Sono entrata in contatto la prima volta con la figura di Aboubakar Soumahoro quasi un anno fa, grazie a un’ intervista andata in onda a Propaganda Live (programma di approfondimento socio-politico di La7 in onda ogni venerdì sera) in occasione della deplorevole morte di Soumaila Sacko, e dello sciopero di braccianti organizzato nei giorni successivi – per chi non sapesse nulla a riguardo, basta digitare il nome di Soumaila in un motore di ricerca. Aboubakar venne presentato in qualità di rappresentante sindacale USB (Unione Sindacale di Base) che aveva preso in mano la protesta dei lavoratori e, soprattutto, in qualità di uomo rimasto profondamente colpito dall’accaduto. Non saprei ripercorrere, oggi, il ragionamento che feci in quell’occasione; so solo, per certo, che alla fine di un’intervista durata, al più, una ventina di minuti, avevo capito di avere davanti a me, nello schermo della televisione, qualcuno che diceva e faceva tutto ciò che in potenza avrei voluto fare e dire io, e lo faceva meglio di me, senza dubbio, data professionalità ed esperienza. Da allora, seguo il percorso di Aboubakar Soumahoro con grande interesse e spesso, in occasione di pubbliche dichiarazioni, usa parole che condivido, dalle quali ho preso spunto e che vorrei, nel mio piccolo, tramandare ai potenziali (o inesistenti) lettori. Il 16 aprile 2019 ha presentato il suo libro “Umanità in rivolta” (Feltrinelli, 2019) alla Feltrinelli di Bologna, che credo sia un valido acquisto per chi voglia conoscere l’uomo Aboubakar e il suo punto di vista – “Questo libro è un vissuto, proiettato su una collettività meticcia spinta all’angolo del ring”, così, più o meno, lo ha definito e non so voi, a me intriga. Non sono qui, però, a fare una recensione del libro, anche perché la parte più interessante della presentazione è stata una riflessione andata oltre l’esperienza personale, arrivata a toccare la ben più ampia (quasi imprendibile) “questione socio-lavorativa”. La premessa è la seguente: la narrazione ufficiale, che ci viene propinata quotidianamente, sembra volerci convincere di essere stati addestrati, da cultura e tradizione, a “fare il male”.

Questo addestramento viene promosso come se fosse una condizione inevitabile, da accettare senza alcuna possibile alternativa, mentre il “male” altro non è che il confinamento di alcune, specifiche, categorie sociali attraverso barriere legislative, cioè invisibili. Scendendo di grado nella scala di astrazione del linguaggio, viviamo in un momento in cui la mobilità sociale è inesorabilmente ferma, motivo per cui siamo portati a continuare ad escludere tutti quegli elementi variabili che potrebbero far saltare questo equilibrio, già precario di per sé, e per cui siamo spinti verso una competizione al ribasso; ovvero, per usare lo stesso esempio di Aboubakar: “Una competizione per la quale se ho un bicchiere d’acqua disponibile, questo deve essere solo per me, non posso far fare un sorso a tutti”. Gli elementi variabili che (apparentemente) porterebbero scompiglio, e che quindi vogliamo non vedere o segregare in un altrove fatto di leggi restrittive e povertà, sono i migranti e tutte quelle categorie di lavoratori poco o nulla rappresentate, che non hanno un vero potere di contrattazione e rimangono vittime di due macroproblemi che d’altro canto avanzano a braccetto: capitalismo finanziario contemporaneo e ignoranza in materia di diritti – non per altro, a dialogare con Aboubakar c’era anche un rappresentate di Raiders Union, gruppo di attivisti che lottano per i diritti lavorativi dei fattorini, che ha raccontato come il “non conoscere le alternative” sia uno dei problemi principali rilevati. La conclusione della riflessione, allo stesso modo, è una: il capitalismo finanziario di oggi determina disarticolazione sociale, perciò dovremmo capire, o almeno percepire, che la vera felicità delle persone non può limitarsi ai rapporti materiali.

Provo a proseguire sull’orma di Aboubakar in due tempi. Primo, sulla povertà, rubo e ripropongo una domanda estrapolata dall’intervento di Giuseppe Ciarallo in ZonaLetteraria di novembre 2018: “Qual è stato il percorso che ha portato intere generazioni di migranti (in primis gli italiani che dal Sud si sono spostati in massa verso le città industriali del Nord) a dimenticare il dovere dell’accoglienza, la solidarietà verso il debole e il bisognoso, la ricchezza del donare?” (L’alta marea non solleva tutte le barche, p. 157). Mi rispondo, in via ipotetica e semplicistica, che una delle cause è stata l’attuazione di politiche ingannevoli di cui hanno beneficiato solo in pochi, e che le persone non state abbastanza perspicaci per evitare di rimanere assuefatte. Secondo, sulla felicità, (mi) faccio un’ulteriore domanda, che lascio a chi legge: questa condizione che viviamo, è la migliore delle condizioni possibili? Immagino che ognuno abbia una risposta diversa, la mia parte da un forte e chiaro “NO” e prosegue nella ricerca di un’azione che contribuisca a cambiarla, questa condizione. Il lavoro di Aboubakar Soumahoro, la sua voglia di confronto e la sua capacità di mostrare e spiegare l’alternativa sono uno dei maggiori esempi da cui prendere ispirazione, e se anche solo una persona in più deciderà di averlo nel suo personale “podio di eroi moderni”, mi riterrò soddisfatta.

Aggiungo un’ultima considerazione: se il neo-fascismo appoggia quelle politiche fuorvianti, a beneficio di pochi, che hanno fatto dimenticare il valore dell’accoglienza, e condivide discorsi superficiali e ingannevoli sulla scia del bicchiere d’acqua che non basta per tutti, allora Aboubakar è neo-antifascista, perché a provocazioni del genere non c’è migliore risposta di azione concreta, lotta per il lavoro di tutti e resistenza alle menzogne.

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