La ragazza che fece il bagno nella vasca di Hitler

La ragazza che fece il bagno nella vasca di Hitler

La ragazza che fece il bagno nella vasca di Hitler: Lee Miller in mostra a Bologna: Lee Miller in mostra a Bologna

Articolo di Camilla Di Nardo

È l’Aprile del 1945. Due giovani fotografi, Lee Miller e David Scherman, arrivano in una Monaco devastata dai bombardamenti. L’aria è carica del fumo degli ordigni e greve come la coscienza collettiva del paese, su cui incombe l’aftermath di una guerra alle sue angoscianti fasi finali. A rendere ancora più devastante il paesaggio che i due si trovano di fronte è il ricordo di quanto hanno testimoniato solo il giorno precedente a Dachau: avevano già visto la morte, negli attacchi aerei, nei cadaveri abbandonati sul campo di battaglia, ma questa era una morte diversa, avvenuta in maniera logorante e lontano dai riflettori. Con le immagini del campo di concentramento ancora vivide nei loro occhi come nelle loro fotografie, vogliono solo riposarsi dal viaggio e magari togliersi di dosso la polvere di quel luogo infestato. Per ironia della sorte, ad offrire riparo a Miller e Scherman è l’appartamento dell’autore primario della strage, una circostanza che a molti avrebbe fatto accapponare la pelle, ma che loro hanno trasformato in arte e protesta. Mentre il suo compagno di questo viaggio infernale scatta una delle foto più iconiche mai realizzate, Lee posa nella vasca da bagno del Führer, osservata da un suo ritratto, i suoi stivali, ancora ricoperti dalla terra del lager, sul tappeto candido. Ancora una volta si ritrova a fare da modella, ma in un contesto ben diverso da quello delle sue prime esperienze a Parigi, dove aveva recitato per qualche tempo la parte della musa eterea del compagno Man Ray, prima di prendere anche lei in mano la fotocamera. A questa iniziazione della fotografa al mondo del Surrealismo è dedicata la prima parte della mostra allestita in suo onore presso Palazzo Pallavicini a Bologna, non a caso intitolata “Surrealist Lee Miller”. Tuttavia sono le circostanze delle fotografie di Miller, piuttosto che il suo stile, ad essere surreali, come risulta sempre più evidente spostandosi nelle diverse sale dell’esposizione.

I primi scatti di Miller, introducono un aspetto che è possibile ritrovare in tutte le fasi dell’opera dell’artista, ovvero l’importanza dell’invisibile. Nel ritrarre il corpo e le movenze femminili spesso il volto è tagliato fuori, come in “Nude Bent Forward”, dove abbiamo solamente una schiena nuda, piegata in avanti su uno sfondo nero, o “Woman With Hand On Head”, dettaglio dei capelli di una donna che porta una mano alla testa, oppure è il protagonista assoluto della fotografia, ma in maniera disturbante, come nel ritratto di Tanja Ramm, di cui vediamo solo la testa poggiata sotto una campana di vetro: in questo modo è ciò che non si vede che rimane impresso nella mente dell’osservatore che si chiede cosa starà facendo la donna piegata in avanti, perché l’altra si afferra i capelli in maniera nervosa o come mai quella testa si trovi in un posto tanto insolito, disconnessa dal corpo. Una visione alienante della femminilità, emblematica di quella cultura che negli anni Trenta ancora faceva fatica a promuovere un ruolo attivo della donna, vista anche nel mondo dell’arte prettamente come oggetto. E Lee lo sapeva bene, lei che viveva in qualche modo all’ombra di Man Ray, ma che non avrebbe conservato questa posizione ancora a lungo. Il suo spirito era infatti teso all’azione, ammaliato dal fascino della diversità, dell’inesplorato. Cercava sollievo in nuovi viaggi, nuove mete, per placare quell’inquietudine che sembrava seguirla ovunque nel mondo. È forse per questo che, prima dei suoi trent’anni, Lee Miller aveva già vissuto a New York, Parigi e persino al Cairo, dove la sua arte ha avuto modo di evolvere, differenziandosi dallo stile elaborato in simbiosi con Man Ray. Qui porta all’estremo il fascino per il non visto e l’inversione della prospettiva in immagini come “From the Top Of the Great Pyramid”: Miller si trova ai piedi dell’imponente piramide di Giza, ma invece di immortalare questo monumento si volta verso ciò che si estende ai suoi piedi, ciò che viene ignorato dal turista medio che si trova a visitare il sito, la città brulicante di edifici e persone, sovrastata dall’ombra della piramide che si erge a metafora del peso della storia.

Parte della mostra non poteva che essere dedicata al rapporto dell’artista con un altro fondamentale mentore, nientemeno che Pablo Picasso, che vediamo ritratto sulle spiagge francesi con l’amante Dora Maar e gli altri amici surrealisti, che costituiranno sempre per Lee una sorta di porto sicuro. L’alchimia tra Picasso e Miller, nata non solo grazie alla bella presenza della donna, ma soprattutto per il suo essere brillante e sempre con la battuta pronta, sarà una fonte d’ispirazione per entrambi: Picasso realizza 6 dipinti con soggetto Lee Miller, mentre la fotografa sviluppa un archivio di oltre mille scatti del pittore.

Alle strade luminose di Parigi e al sole della Francia si sostituiscono presto le macerie e il cielo plumbeo di Londra, un set fotografico dell’orrore a cielo aperto che avrebbe fatto da cornice alle fotografie raccolte in seguito nel volume “Grim Glory: Pictures Of Britain Under Fire”, immagini fondamentali per portare all’attenzione mondiale la situazione del paese durante gli attacchi aerei del 1940 e 1941. Miller cattura la distruzione del patrimonio architettonico e culturale di Londra, la quotidianità fatta di stenti dei suoi cittadini, sempre pronti a scattare verso il rifugio antiaereo più vicino, senza dimenticarsi anche in questo frangente di riservare uno spazio particolare al ruolo delle donne in guerra: da queste ci si aspettava che continuassero a comportarsi come se nulla fosse, indossando i soliti abiti ingessati, svolgendo le solite mansioni, mentre l’ambiente intorno a loro cambiava in maniera drastica, come in “Fire Masks”, in cui le due donne ritratte sono sedute all’ingresso di un rifugio sotterraneo in atteggiamento quasi sereno, non fosse per le maschere che coprono il loro volto per metà o completamente e che dovrebbero servire a proteggerle da eventuali bombardamenti. D’altronde la stessa Miller inizialmente non era ben vista come fotografa di guerra, almeno finché non divenne indispensabile, dato che la maggior parte degli uomini suoi colleghi erano stati reclutati come soldati.

Audace e decisa come suo solito, per ribaltare certe convenzioni sociali che non contemplavano la presenza di donne d’azione in guerra, stavolta Lee fa molto più che scattare una foto. L’Inghilterra è solo l’inizio di quel tour del dolore che la porta direttamente nelle trincee, a condividere la stessa esperienza angosciante dei soldati, lo stesso cibo razionato, le stesse sparatorie, lo stesso paralizzante sgomento. Sono immagini di morte quelle scaturite da quest’esperienza, come “Dead SS Prison Guard”, fotografia del cadavere di un soldato delle SS che giace in uno specchio d’acqua: sembra quasi la restituzione grafica di un estratto da Three Soldiers di Dos Passos, quello in cui il protagonista, Chrisfield, trova il corpo senza vita e “senza volto” di un soldato tedesco, e, notando la rivoltella nella sua mano, capisce che si è tolto la vita. In questo modo Miller, come Dos Passos, riflette sull’universalità della strage provocata dal conflitto mondiale, che colpisce senza distinzione di schieramento tutti gli esseri umani coinvolti, la cui morte avviene ancora prima che vengano centrati da un proiettile o fatti saltare in aria, quando vengono privati della loro identità. Senza volto sono anche i cumuli di ossa e i corpi disseminati al lato dei binari di Dachau, soggetti delle immagini più dure esposte, raccolte in un portfolio per Vogue che la fotografa accompagna con un messaggio: “Vi prego di credere che tutto questo sia vero”.

Fino al 9 Giungo sarà possibile visitare la mostra di Palazzo Pallavicini, un magnifico omaggio a Lee Miller, che ci permette di conoscere il suo complesso mondo interiore, ma anche gli avvenimenti cruciali della storia moderna attraverso i suoi occhi di artista e di donna.

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