Dietrologie sul romanzo “massimalista”

Dietrologie sul romanzo “massimalista”

Dietrologie sul romanzo massimialista

Articolo di Emiliano Ventura

Si può dire che le ultime opere di narrativa italiana sono sempre più costruite come casi letterari e che hanno il proprio scopo, l’unico scopo, nell’adattamento televisivo o cinematografico.

È un’operazione complessiva di semplificazione, e di banalizzazione, di quello che era il lavoro sullo stile volto a conformare la letteratura come una sfida alla spettacolarità e all’attualità. Il che significa che la lingua della narrativa come quella della poesia è sempre meno letteraria, che le frasi sono sempre più semplici, difficilmente si va oltre la prima subordinata.

I dialoghi sono già pensati per la sceneggiatura televisiva, l’uso del flashback o flashforward, che sono tecniche di montaggio cinematografico, è molto diffusa. Le riflessioni scarseggiano così come le astrazioni, le descrizioni rallentano lo storytelling e si è convinti che il fraseggiare breve, spezzato, il continuo uso dell’anacoluto, siano una prosa poetica.

Antonio Franchini, editor di Mondadori, ha definito questo fenomeno “letteratura di nobile intrattenimento”. Questo format editoriale sta dunque diventando maggioritario, da un lato ha lo scopo di divertire il lettore, dall’altro quello di istruirlo e più generalmente di rassicurarlo: si tratta per lo più di narrativa tendente a rafforzare i valori e le identità sociali già presenti, a confermare ciò che già si sa.

È qualcosa di molto diverso dalla letteratura come ‘sfida’, che mira al disvelamento e allo smascheramento di alcuni aspetti della realtà prima ignoti o non considerati.

Una letteratura che nasce nel laboratorio dello scrittore come “letteratura media”, incontra una lettura e un tipo di lettore che cerca sempre più questa miscela di intrattenimento e di conferma, gli ingredienti dei film e delle serie tv. Questo tipo di narrazione è volta sempre meno a presentare scelte coraggiose o controcorrente, come invece il lettore classico sperava di riuscire a fare dopo un’esperienza di lettura.

Questo modo di fare letteratura ha delle immediate conseguenze stilistiche, proprio nel senso per cui lo stile è sempre meno importante, minori le argomentazioni, minore la complessità del linguaggio che tende all’oralità. una scrittura che ‘gira’ al minimo non può che produrre letteratura minimale.

Diversamente, negli USA, il romanzo massimalista (Il romanzo massimalista, Stefano Ercolino, 2015) si afferma come forma privilegiata della narrativa, tra estetica modernista e postmoderna; non teme di farsi ‘sfida’ e ‘critica’.

Uno degli argomenti più spesso affrontati rimane la paranoia e l’ipotesi di complotto: «La teoria del complotto è la sostanza narrativa di gran parte della grande narrativa americana del Novecento» (Ipotesi di complotto. Paranoia e delirio narrativo nella letteratura americana del Novecento, Giuseppe Panella, Riccardo Gramantieri, 2012).

Questo in Italia non è pensabile, presentare questa letteratura senza che si gridi alla dietrologia. Siamo talmente disabituati a pensare in autonomia da non poter fare a meno di allinearci a questo o quel giornalista, scrittore o politico, che ‘non crede ai complotti’.

Questa frase è ormai svuotata di senso, è come dire ‘non credo alla chirurgia estetica’, in realtà questa esiste, può non piacerti ma esiste eccome. Così come è sciocco non capire che i poteri politici hanno trame e accordi segreti, usano mezzi illeciti per i propri fini. ‘Destabilizzare per stabilizzare’, la politica della strategia della tensione, l’omicidio Moro, la bomba a Bologna, Ustica, tutti fatti senza colpevoli da trenta o quarant’anni.

Non credo che il parente di una di queste vittime affermi di non credere ai complotti. Il che non vuol dire che c’è gente incappucciata che fa riunioni segrete sgozzando galli, quella è bigiotteria da format televisivo, ma la realtà è che un potere politico deve nutrirsi nel segreto, perché ‘sapere’ è il potere dei poteri. Conoscere i nomi o i colori politici di questi burattinai è meno importante di capirne la dinamica.

È importantissimo il lavoro svolto da personaggi come J. Assange e E. Snowden, il grande progetto PRISM ed ECHELON, la grande sorveglianza elettronica (informatica-telematica) delle nazioni occidentali, con la connivenza dei grandi server, sono tutti complotti immaginari? Come risponde l’anima bella, ‘io non credo ai complotti’.

Non posso ignorare il fatto che a luglio del 2001 un documento della C.E. chiedeva di limitare le intercettazioni e il lavoro di ECHELON, e che poi a settembre ci sia stato l’attacco terroristico che ha portato a un potenziamento e uno sviluppo di ECHELON. Dopo l’11 settembre, questa sorveglianza informatica è aumentata notevolmente, il che vuol dire che un potere politico-economico ha accresciuto il suo sapere. Ma come risponde l’anima candida del giornalismo italiano ‘non credo ai complotti’.

La nostra letteratura non ha mai affrontato questi temi, a parte Pier Paolo Pasolini, Leonardo Sciascia1 e Umberto Eco, i pochi che hanno praticato una ‘letteratura come intercettazione’, e purtroppo sono tutti e tre morti.

Quello che da noi è considerato complottista e dietrologico è invece uno degli oggetti principali della letteratura statunitense. Thomas Pynchon, Don DeLillo, David Foster Wallace, anche James Ellroy o Stephen King, hanno più volte trattato dell’omicidio J.F.K e del complotto della CIA. Il bellissimo Libra di Don DeLillo è un romanzo con protagonista L.A. Oswald e gli uomini della CIA che stanno creando il ‘piano’:

«C’è abbastanza mistero nei fatti così come li conosciamo, abbastanza complotto, coincidenza, questioni irrisolte, vicoli ciechi, molteplicità di interpretazioni. Non c’è bisogno, pensa, di inventare la grande macchinazione magistrale, la congiura che si ramifica impeccabilmente in dieci direzioni diverse»2.

American Tabloid di J.Ellroy si apre con la famosa frase: «L’America non è mai stata innocente» e racconta più o meno dello stesso fatto criminoso avvenuto a Dallas; 22 11 63 è il noto romanzo fantastico di Stephen King sull’omicidio J.F.K.

L’assassinio di questo presidente è un evento matrice e traumatico per gli USA, che non ha impedito ai suoi narratori di esserne la voce critica. Thomas Pynchon, fin dal bellissimo L’incanto del lotto 49, ha raccontato, più volte, di una cospirazione mondiale che getta un’ombra sull’America felice degli anni ‘60, per non parlare dell’ultimo La cresta dell’onda, dove affronta proprio gli effetti del 11 settembre.

Infinite Jest di David Foster Wallace parla di un film talmente seducente che provoca una vera e propria dipendenza, l’intrattenimento annebbia e confonde come una droga. Underwold di Don DeLillo vede tra i protagonisti J. Edgar Hoover, l’ormai leggendario capo dell’F.B I; e Libra, come detto, è il romanzo sull’omicidio di J.F.K:

«C’è di certo paranoia nei miei romanzi, ma io non lo sono affatto. Per quanto mi riguarda tutto è cominciato con l’omicidio di John Fitzgerald Kennedy e il mistero dei due sparatori, di cui mi sono occupato anni dopo in Libra. La sfiducia nelle versioni ufficiali è diventata, da allora, un elemento fondamentale della nostra cultura. Per non dire della violenza, a tutti i livelli, cui abbiamo assistito negli anni 60 e 70».3

La sfiducia nelle versioni ufficiali! Non mancheranno le critiche di anime belle, dell’io non credo ai complotti, anche negli USA, ma la voce della letteratura non si interrompe, lo stesso avviene per i giornalisti che non si fanno problemi ad esercitare la critica verso il potere e la politica.

Uno scrittore che attacca lo status quo non è un paranoico né un complottista, ma solo un intellettuale che svolge il suo lavoro di scrittura.

1Proprio Leonardo Sciascia, nel suo romanzo Il giorno della civetta, affronta per la prima volta, nel 1961, la problematica della Mafia, e lo fa scrivendo un romanzo che è riconducibile al genere giallo o poliziesco.

2D. DeLillo, Libra, Einaudi Torino, 2010, p. 29.

3Don DeLillo: Il grandissimo freddo, intervista in Il Venerdì di Repubblica, di Riccardo Staglianò, 06 /10/2016.

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