La regola del Fight Club

La regola del Fight Club

La regola del Fight Club

Articolo di Emiliano Ventura

Per parlare di questo romanzo è necessario contravvenire ad una sua regola interna: «La prima regola del Fight Club è che non si parla del Fight Club». Passare alla seconda regola non ci è di aiuto: «la seconda regola del Fight Club è che non si parla del Fight Club», il tutto potrebbe dare l’idea di un discorso esoterico, in realtà si tratta di qualcosa di molto noto e famoso.

Prima di essere un film di culto, e prima ancora di essere un romanzo di successo, Fight Club è stato un racconto breve per la raccolta Pursuit of Happiness nel 1995. Questo diventerà il capitolo sei del futuro romanzo uscito nel 1996. Tuttavia il capitolo rimane un diamante grezzo, una forma narrativa compiuta all’interno del romanzo, paradossalmente un lettore pigro può leggerle unicamente questo diamante e avere l’intero senso del romanzo.

Fight Club è la storia di un anonimo trentenne americano, frustrato e depresso dalla perfetta vita da classico uomo medio, abitudinaria e monotona. Stanco di questo circolo vizioso, il protagonista dà una svolta alla propria esistenza, con l’intento di sfuggire da sé, dal proprio lavoro, dalla propria vita. L’essere anonimo e frammentario, sono chiari riferimenti alla crisi d’identità che segna l’uomo della generazione X (il romanzo di Douglas Coupland era uscito solo pochi anni prima). Nei primi capitoli di Fight Club sono giustamente note le frasi pronunciate dal protagonista:

«Gente che conosco, che una volta andava a sedersi in bagno con una rivista pornografica, adesso va a sedersi in bagno con un catalogo dell’Ikea. Abbiamo tutti la stessa poltrona Johanneshov, con lo stesso disegno Strinne a strisce verdi. […] Abbiamo tutti le stesse lampade Rislampa/Har costruite con filo di ferro e carta ecologica, non sbiancata».1

In Fight Club l’alter ego del protagonista riflette sulla mancanza di grandi avvenimenti nella generazione X e di come ciò abbia influito negativamente nelle loro vite; in un certo modo il romanzo di Palahniuk è sia risposta che continuum diegetico del romanzo di Coupland:

«Noi non abbiamo una grande guerra nella nostra generazione, o una grande depressione, e invece sì, abbiamo una grande guerra dello spirito. Abbiamo una grande rivoluzione contro la cultura. La grande depressione è quella delle nostre vite. Abbiamo una depressione spirituale».2

L’alter ego è Tyler Durden e parla di “guerra dello spirito” che riprende il capitolo finale del saggio La fine della storia e l’ultimo uomo del politologo Fukuyama, intitolato appunto Le immense guerre dello spirito. Fukuyama teorizzò che negli anni Novanta la storia avesse concluso il proprio corso, ponendo la democrazia liberale come gradino ultimo del progresso ideologico e l’uomo prodotto da essa come il definitivo modello evolutivo. Le parole di Tyler Durden ricordano molto da vicino quelle di Andy Palmer sulla storia con S minuscola, ancora una spia di quando i due testi sia in relazione dialogica, se così si può dire.

La teoria della fine della storia venne in qualche modo confutata dagli avvenimenti degli anni Duemila; il 2001 si apre con il crollo delle Torri che, secondo alcuni critici, decretò il riavvio della storia: Baudrillard affermò, provocatoriamente, che gli eventi avevano smesso di scioperare. Alessandro Baricco sulle pagine de La Repubblica, utilizzò l’efficace espressione: «risvegliarsi con la storia addosso».

La novità di Fight Club, e qui sta il suo punto di forza, è che la trasformazione avvenuta nel protagonista non è fino in fondo percettibile perché l’evoluzione più radicale non si riflette nell’heideggeriano esserci, ma nello stevensoniano doppio, l’alter ego.

Il protagonista scoprirà il cambiamento che è avvenuto in sé stesso, guardandosi riflesso nell’alter ego, Tyler Durden.

Palahniuk sceglie come protagonista e narratore del proprio romanzo il cittadino americano, l’every man, il Leopold Bloom degli anni Novanta, del protagonista non si conosce né il nome, né l’età, né la città in cui vive.

In questo modo l’autore afferma che il protagonista di carta potrebbe essere chiunque: ognuno di noi può rispecchiarsi nelle manie e nei problemi che affliggono il personaggio. Inoltre, Palahniuk, non colloca il protagonista in un contesto ben definito, al lettore infatti non viene dato nessun indizio riguardo il periodo in cui la storia è ambientata né la città in cui è situata. Le vie e i grattacieli menzionati nel romanzo non esistono, sono puramente fantastici, rafforzando il tema dell’irrealtà che soggiace in Fight Club.

L’anonimia del protagonista diviene frammentarietà quando il personaggio si identifica con parti corporee di sé o degli altri: nel romanzo frequenti sono le seguenti espressioni: «Io sono il sudore freddo di Tizio»3, «Io sono le budella annodate di Tizio»4, «Io sono le nocche sbiancate di Tizio»5. Fight Club segna, ma soprattutto attesta, un’estetica diversa e distante dagli anni ’80, in quel decennio i corpi sono belli, perfetti, lisci e muscolosi, senza difetti apparenti. I protagonisti aspirano alla cicatrice, al sangue pesto, il brutto segno di una lotta evidente, «non voglio morire senza una cicatrice»; questa è il simbolo indelebile dell’azione che mette in moto la Storia con s maiuscola.

Un’ultima cosa, è necessario ricordare ancora il regolamento del F.C. «Ottava ed ultima regola: se questa è la vostra prima sera al Fight Club… dovete combattere!» 

1C. Palahniuk, Figth Club, Mondadori, Milano, 2017, p. 42.

2Ibidem.

3C. Palahniuk, Fight club, cit. p. 196.

4Ibidem, p. 63.

5Ibidem, p. 60.

D. Coupland, Generazione X (1991), trad. di M. Pensante, Milano, Mondadori, 1996.

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