Saper pensare e altre analogie

Saper pensare e altre analogie

Saper pensare e altre analogie. Punti di vista sull’accoglienza sociale

Articolo di Elettra Bernacchini

Chiariamo subito che quando uso il termine (neo)antifascismo intendo la resistenza, ad ogni livello, rispetto a norme e imposizioni ingiustamente antiprogressiste. Ora, questa resistenza, letta in termini sociali e politici, mi sembra si possa accostare alla sua omonima resistenza elettrica, una grandezza che misura la tendenza di un corpo ad opporsi al passaggio di una corrente, variabile a seconda di materiale, dimensione e temperatura dello stesso corpo (fonte: Wikipedia). Su questo, costruisco una banale analogia: il “corpo” è il corpo sociale, la “corrente elettrica” è la quantita di norme scorrette, “dimensioni” e “temperatura” del corpo sono la quantità di individui accomunati dallo stesso livello di frustrazione nei confronti di una determinata tensione antiprogressista; rimane da abbinare il “materiale”, che in via – spero – non troppo semplicistica, accosto al conoscere.

La conoscenza, a rigor di logica, serve a non farsi cogliere impreparati ogni volta che ci vengono poste (o ci facciamo da soli) delle domande, oppure, meno poeticamente, a non farsi prendere in giro da chi vuole convincere di qualcosa che non rispecchia la giustizia dei fatti. Esiste, in breve, un filo rosso che collega la resistenza alla conoscenza, un dato che molte persone di varia estrazione hanno ancora ben presente nel loro quotidiano, così come molte altre, purtroppo, hanno dimenticato – o almeno così sembra.

Questo preambolo mi sembrava importante per introdurre l’argomento principale di questo scritto, spero si capisca. Sono stata genuinamente contenta di poter assistere ad uno degli incontri di SapeResistente – che a partire dal nome, intuibile crasi di “sapere” e “resistente”, dovrebbe suonare accattivante –, un lungo “convegno autogestito” avvenuto dal 28 febbraio al 2 marzo in alcune aule dell’Università di Bologna. Principale organizzatore è stato Saperi Naviganti, una sorta di assemblea permanente nata sull’onda delle inziative bolognesi a sostegno del progetto umanitario Mediterranea Saving Humans – per chi ancora non sapesse, invito a fare un salto nel sito: https://mediterranearescue.org/mediterranea/ -, composta da ragazzi e ragazze insoddisfatti dalla gestione istituzionale del problema migrazione (se così è da considerarsi), dal modo in cui ogni tentativo di fare un generoso passo verso l’Altro sia boicottato; hanno, perciò, deciso di organizzarsi e di diffondere come possibile una “contronarrazione” degli eventi, meno tragica, forse, ma più realistica.

SapeResistente è stato pensato come una serie di lezioni, workshop e incontri cui sono stati invitati a prendere parte ragazzi, dottorandi e professori al fine di discutere due temi del dibattito sociale, al giorno d’oggi, in primo piano, la donna e i migranti, a sostegno della tesi per la quale non è impossibile, o assurdo, battersi su più fronti, soprattutto quando questi fanno parte di un unico grande impeto comunitario. Sorvolando, anche se a malincuore, sulla positività che può trasmettere un’iniziativa in cui insegnanti e studenti collaborano e condividono una trasmissione del sapere democratica sviluppata dal basso, vorrei concentrarmi un attimo sull’incontro specifico cui ho avuto la fortuna di assistere, tenuto da una dottoranda (Elena Giacomelli), sulla figura dell’operatore d’accoglienza; per imparare c’è bisogno di una persona competente a monte, e allora quale occasione migliore di entrare nel mondo del sistema di accoglienza italiano se non quella di sentirlo raccontare da una persona che, oltre a lavorarci, ne sta facendo una tesi di dottorato. In un’ora di ascolto, tra le altre cose, ho avuto una panoramica tecnica su storia e funzionamento di tale sistema – a partire dalla Legge Martelli (1990) che per la prima volta cercava di ordinare l’immigrazione, passando per la Legge Bossi-Fini (2002), che da una parte varava le espulsioni con accompagnamento alla frontiera e dall’altra istituzionalizzava gli Sprar (Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati), fino ad arrivare all’odierno a tristemente noto Decreto Sicurezza, che, tra i disparati punti, cancella il diritto alla protezione umanitaria –, ho scoperto che una traduzione possibile della parola “rifugiato” in lingua pakistana è “cercatore di abbracci” (ironico, o forse no), e ho avuto la conferma che il campo semantico della sicurezza sia stato accostato alla migrazione di persone solo in tempi recenti, laddòve prima quest’ultima era percepita in primis come una semplice concausa della ricerca di lavoro – è così strano pensare che ora non è più così…?

Il focus del discorso sull’operatore di accoglienza, d’altro canto, mi ha lasciato da pensare principalmente per due motivi. Primo, venire a sapere che ancora non esiste un percorso strutturato per diventare tale, perché in sostanza chiunque abbia un minimo di sensibilità e competenza sull’argomento potrebbe diventare operatore; secondo, sentire confermata un’intuizione, ovvero che la difficoltà, e contemporaneamente la forza, principale di un lavoro del genere è il fatto che tra chi accoglie e chi viene accolto si crea una strana e potente relazione umana, per la quale l’impatto con l’operatore diventa il filtro attraverso cui il migrante conosce per la prima volta il (“nostro”) nuovo mondo, e attraverso la quale si instaurano (cito) “asimmetria di potere” e “simmetria di lotta” – non credo di dover spiegare ulteriormente.

Di nuovo, esco fuori dal ragionamento con nient’altro che ulteriori spunti di riflessione, derivati da un esempio di pratica resistente, a sua volta estrapolato da una delle tante iniziative territoriali ancora, a mio avviso, poco partecipate. Eppure, la sensazione che rimane a posteriori non si esaurisce con la vertigine del dubbio di non saperne abbastanza, anzi, questa è la spinta necessaria ad aprire la porta di un’altra problematica, più grande e contenente la prima, sulla generale mobilità mondiale dell’individuo. Cade a pennello il numero 1295 di Internazionale (22/28 febbraio) che ha in copertina la frase “Quanto vale il tuo passaporto” e di cui voglio riportare, a mo’ di ulteriore provocazione, il seguente breve estratto del commento della scrittrice Igiaba Scego: “Bisognerebbe […] chiedere a gran forza #apritegliaeroporti o #legalizzateilviaggio, che oggi è lasciato in mano ai trafficanti. […] Il viaggio tornerebbe a essere circolare. Oggi invece è una trappola, in cui perdono tutti. E perde soprattutto l’Italia, costretta a essere il mastino dell’Europa ricca. Se fosse possibile viaggiare in modo legale, l’Italia potrebbe diventare invece una cerniera tra i due continenti” (Aprite gli aeroporti, p. 45).

Infine, dobbiamo riconoscerlo, un problema complesso non ha soluzione semplice, o peggio ancora sbrigativa, anzi, più lo si sviscera più questo si allarga e una delle reazioni normali è provare frustrazione. Viene in aiuto l’analogia da cui siamo partiti: scientificamente, uno degli effetti di quel passaggio di corrente elettrica nel corpo conduttore è il riscaldamento dello stesso, definito effetto Joule; allora, la reazione all’ingiustizia tramite conoscenza e informazione può provocare l’infervorarsi del corpo sociale che in scala sempre maggiore si oppone, resiste, non si fa cogliere impreparato o prendere in giro, avviene quello che definirei effetto (neo)antifascista.

È faticoso, certo, ma è un dovere anche solo provarci.

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