Refugees Welcome – voglio stare dalla parte giusta

Refugees Welcome – voglio stare dalla parte giusta

Refugees Welcome – voglio stare dalla parte giusta

Articolo di Elettra Bernachini

Era un tardo giovedì pomeriggio, poco prima delle vacanze di Natale, quando ho conosciuto per la prima volta il gruppo bolognese di Refugees Welcome, “Benvenuti rifugiati”, ONLUS nata come network internazionale nel 2014 e in Italia, nello specifico, nel 2015. Il nome non lascia alcun dubbio: si tratta di un’organizzazione umanitaria, che agisce su base volontaria, la cui mission (chissà se usare termini alla moda aiuti la predisposizione all’interessamento) è dichiaramente quella di “elaborare e diffondere un modello di accoglienza domestica e familiare di richiedenti asilo e rifugiati, per favorire e accelerare i processi di integrazione e di coesione sociale”. Semplicemente, gli operatori dell’organizzazione lavorano – principalmente – per mettere in contatto ragazzi e ragazze, migrati sul territorio, con chi ha modo di accoglierli in casa propria, gratuitamente, affinché possano avere il tempo di sistemare le carte burocratiche, trovare lavoro, studiare, e così diventare autonomi e indipendenti – come qualunque altra persona, d’altronde. A quel primo incontro di giovedì pomeriggio, ad esempio, c’era una ragazza lavoratrice, che chiacchierava con la responsabile bolognese e le diceva che non riusciva a trovare una semplice stanza singola da prendere in affitto; quando l’abbiamo salutata, la responsabile mi ha detto come prima cosa: «Vedi, non immagini la fatica che fanno questi ragazzi a trovare un posto dove dormire, e lei ha addirittura uno stipendio, quindi è già avanti!»

Ecco, non mi dilungo ulteriormente su Refugees Welcome – chi vorrà, può tranquillamente contattare il gruppo più vicino a dove si trova o iscriversi sulla loro piattaforma, per fortuna la tecnologia facilita anche queste cose – ma era necessario che raccontassi questa piccola esperienza perché, per parlare di resistenza al neo-fascismo, bisogna portare esempi concreti, e ce ne sono molti, affinché gli scettici comincino a ricredersi. Credo che l’idea di ospitare migranti in casa propria, dove crescono figli e figlie che lottano con la società per riuscire a integrarsi al suo interno, proprio come qualcuno venuto da lontano, sia uno degli esempi migliori di neo-antifascismo che poteva presentarsi, e accade veramente! Persone accolgono e altre vengono accolte, ancora troppo poche forse, ma in fondo la fretta è nemica della comprensione, quindi possiamo già essere contenti che un meccanismo del genere abbia avuto inizio.

Naturalmente questa è solo una delle molte realtà che operano in virtù della parola “accoglienza”, però è importante anche solo nominarla una volta in più per ricordare che queste esistono: non fanno tendenza, occupano poco spazio sulle bacheche dei social network, ma ci sono eccome, e agiscono sul mondo reale, che forse è un po’ più importante di quello online. Non posso fare a meno di pensare che la pratica neo-antifascista oggi, in Italia – e perché no, in Europa, quel grande Paese crepato che sembra non essere riuscito a trovare davvero un posto nel globo – si manifesti chiaramente su almeno due fronti.

Primo di questi è proprio il supporto ai migranti, in qualunque modo ormai, una verità che si rinnova ad ogni altro capitolo della battaglia tra Governo e associazioni umanitarie. Avete presente quei film un po’ esagerati, che guardandoli pensi “No dai, è assurdo che vada avanti così, adesso qualcuno riporterà la storia su un livello normale”, e invece fino alla conclusione la trama non fa che aggiungere controsensi e follia? Ne ricordate almeno uno? L’avvicendarsi della battaglia sulla migrazione in TV fa praticamente lo stesso effetto, e per fortuna esistono eroi, semplici persone di buon senso (quello vero), che invece di rimanere ignavi lanciano salvagenti, preparano pasti, stringono la mano e chiedono il nome di chi hanno davanti – sì, presentarsi con qualcuno è il primo segno di rispetto, anzi, di riconoscenza dell’altro.

Secondo fronte di resistenza, un po’ meno operativo in senso stretto ma ugualmente efficace e fondamentale, è il carissimo, vecchio, usurato ma ancora vigoroso, confronto. Personalmente, vivo la situazione soprattutto nei viaggi in treno, quelle volte che inizi a parlare con uno sconosciuto, e soprattutto quando, esaurito il materiale di convenienza, si entra nel vivo delle questioni attuali. Alle volte basta un evento casuale che accade nel momento in cui si sta parlando, altre invece la scintilla scatta perché uno degli interlocutori porta una notizia letta altrove, un parere apparentemente innocuo buttato lì senza pensarci troppo, e s’imbocca la cosìddetta “strada del non ritorno”: “Ah, ma quindi, tu come la pensi a riguardo?”, ed è subito discussione, nel peggiore dei casi litigio. Non dico, certo, che bisogna disturbare chiunque ci capiti seduto davanti sul vagone del treno, mi limito a notare che una sana discussione a parole, quanto più possibile argomentata, ha un effetto molto più dirompente di un ragionato commento su Facebook, sugli stessi che la svolgono e su chi sta loro attorno, perché è lì, reale, diretta, non puoi fare a meno di assistere, e sfido qualcuno a non avere almeno un briciolo di voglia di intromettersi; e ben venga l’intromissione, quando serve a svegliarsi.

La resistenza neo-antifascista, oggi, non può permettersi di guardare dall’altra parte neanche sui piccoli dettagli, perché anzi i kilometri si guadagnano proprio avanzando metro per metro, e voglio credere (forse ho bisogno di credere) che ci siano tante persone, là, al di fuori della nostra zona comfort, che sentono l’urgenza di correrli questi metri, ma si sentono soli, senza forze, e cercano un compagno di squadra con cui fare il primo passo.

Basta uno che dia il “la” inziale. Lo so, mi è già stato detto più e più volte: facile parlare quando non si è poveri, perché in generale si riesce a convincere qualcuno della logica di un ideale altruista, e del guadagno che se ne trarrebbe promulgandolo, solo quando si vive in una situazione di pace economica, e perciò anche sociale. Però, rispondo, la vera prova della resistenza neo-antifascista, di tutto ciò che questa può significare, non sta proprio nel non venire abbandonata nel momento di maggior pericolo di annullamento?

Durante la Seconda Guerra Mondiale, ci fu chi nascose e aiutò gli ebrei perseguitati nonostante la stessa guerra, nonostante il rischio di essere perseguitati a loro volta, pochi magari, ma ci furono, e la Storia in seguito diede loro ragione come quelli che contro ogni istinto individuale di sopravvivenza scelsero di porgere la mano all’altro, di accoglierlo, in qualche modo. Solo io leggo tra le righe uno strano, forse un po’ azzardato, parallelismo con la mission di Refugees Welcome dell’incipit di questo scritto? Se quella che stiamo vivendo, tutti, è un’epoca di straordinaria difficoltà e frustrazione, la fase ascendente di un conflitto multiforme e multistrato tra due fazioni non ancora completamente schierate, significa, con molta probabilità, che una specie di rivoluzione è alle porte, una rivoluzione che potrà forse (speriamo) definirsi, tra gli altri modi, neo-antifascista; allora, non so voi, secondo me sarà meglio essere dalla parte giusta.

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