“Il fantasma del fiume Eagle Hill” di Paula Cappa

“Il fantasma del fiume Eagle Hill” di Paula Cappa

Il fantasma del fiume Eagle Hill di Paula Cappa

Traduzione di Beatrice Masi – Illustrazione di Francesca Colombara

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Si fanno strada nel vento freddo, tra gli alberi spogli, attraversando il ponte sul fiume Eagle Hill.

La vigilia di Natale torno a casa per richiamare alla memoria i momenti passati. Ghirlande di agrifoglio, tè zuccherato, torte di mele e una pernice appollaiata su un pero, un pavone è appeso a testa ingiù e le piume colorate sono nella dispensa: “Prendi il pavone e rompigli il collo.”

Il ricordo di questa scena mi fa rabbrividire. La neve di sta sera è una piacevole novità, il villaggio dorme al buio sotto una pioggia di pesanti fiocchi mentre risalgo la strada principale. Le campane della chiesa ancora non rintoccano, manca un po’ alla mezzanotte. Richiamo alla mente folletti, elfi, e lo scampanellio della slitta che attraversa il cielo.

La casa mi sta aspettando, consumata dal dolore per chi non c’è più. Passare il Natale da soli ha i suoi lati positivi, diceva mia sorella, che aveva l’animo sempre pronto a donare e ad aiutare gli altri. Annabella doveva conoscere bene questo senso di solitudine; aveva passato molti Natali da sola, troppi, per colpa mia .

Sono sicura che la cena della Viglila mi tirerà su: l’arrosto, le albicocche secche, i biscotti appena sfornati e del vino caldo con un bastoncino di cannella. All’improvviso Scrooge, scontroso e pieno di rughe, si fa strada nei miei pensieri. Forse leggerò qualche pagina di Dickens, e ripenserò all’egoismo e alla brutalità di quell’uomo.

Mentre i fiocchi di neve si infrangono contro di me come piccole frecce, salgo a fatica la collina in direzione del vialetto. Suono il campanello per gioco, non c’è nessuno da avvertire del mio arrivo. Forse Annabella mi avrà sentito, se il suo spirito è ancora qui.

Ho sentito dire che i fantasmi di Natale sono una cosa piuttosto comune e che lo sono anche i miracoli e altre cose di questo tipo. È la notte santa, benedetta dalla nascita di Gesù bambino. Se questo è vero, la sua presenza dovrebbe aggirarsi soprattutto in cucina; il suo profumo di lillà e le trecce castane legate con due fiocconi verdi come ogni Natale. Mi sembra quasi di vederla vicino la stufa, con gli occhi celesti che brillano e le guance arrossate per la gioia dei giorni di festa. Le case di quando si era piccoli hanno un effetto così forte su di noi. Quasi mi aspetto di sentire la sua risata all’ingresso, per un’ultima volta.

La cucina non è cambiata per niente da quando ero bambina. Il tavolo di quercia vicino le finestre incrostate di ghiaccio, la vecchia stufa in ghisa con le zampette arricciate che sputava fumo verso il soffitto, un mobiletto bianco con gli sportelli aperti e delle crostate messe dentro a raffreddare.

Rose prendi il pavone, rompigli il collo.”

Sento di nuovo un brivido. “è ora di prepararsi al Natale.” Riscaldo la cucina con il bollitore di rame di Annabella, e metto del tè in infusione nella teiera di ceramica tutta decorata di agrifogli. Mi taglio una fetta di arrosto, prendo tre albicocche, e inforno i biscotti. Il vino caldo ha iniziato a bollire con lo stecco di cannella sul fornello della stufa. È saporito proprio come quello che faceva Annabella. Ammucchio dei pezzi di legna nel caminetto della biblioteca per accendere il fuoco, come faceva lei ogni Natale. Un bel fuocherello è indispensabile se si vogliono preparare le cose come si deve. E questa notte devo davvero fare tutto come si deve. Mentre reclino la grossa poltrona decido di non leggere più Dickens. In questo momento non ho bisogno né di Scrooge né di ricordarmi quanto io sia arrogante, egocentrica e spilorcia. Che stretta sapevano avere le benedette mani di cotesto Scrooge! Sono davvero così? Ora non più. È il momento di tirarsi su con un po’ di musica. Sleigh bells ring… are you listening… walking in a winter wonderland.

Gli tagliamo la gola. Lo spenniamo e scuoiamo penne e pelle insieme.” Strizzo forte gli occhi per cancellarmi dalla testa quelle immagini forti. Quelle splendide piume turchesi, con in punta un segno viola, a forma di occhio, i pavoni sono di una bellezza perfetta ed eterna. Distolgo lo sguardo fuori la finestra. Attraverso la neve vedo la vecchia ghiacciaia, è ancora lì, vicino il ponticello. E quella bellissima collinetta dove io e Annabella andavamo con lo slittino, reggendoci forte l’una all’altra, a ogni curva. Gira a destra, gira a sinistra e poi un bel salto! Fortuna che i polpastrelli intorpiditi non mi hanno mai dato fastidio.

Tienilo stretto, tiralo giù, stendigli bene il collo. E stai attenta agli schizzi di sangue.” Il fiato mi si ferma nel petto come un blocco di ghiaccio. Butto giù tutto il vino e vado in cucina a controllare l’arrosto.

Apparecchio la mia cenetta natalizia sul tavolo di quercia e prendo posto. Later on we’ll conspire…as we dream by the fire… walking in a winter wonderland. I biscotti sono pieni di burro sciolto, e l’arrosto è tenero e succulento. Aggiungo un pizzico di sale e pepe.

Mettiamo l’uccelletto a marinare con sale, zucchero e una manciata di granelli di pepe.” Le parole di Annabella mi risuonano nella mente. Lei spennellava sempre il pavone con una miscela di uva e miele. “Così la carne non si asciuga e resta tenera.” Lei non ha mai creduto alle leggende sui pavoni, quelle che dicono che portano sfortuna e che sono spiriti maligni. “Sono candidi come la neve,” lei ne era sicura.

Mettiamolo a cuocere a fuoco alto, da seduto, come se fosse ancora vivo, come un vero re!”

Tutti i Natali serviva il pavone su un vassoio d’argento, portandolo sopra la spalla fino al tavolo. Dal petto colava una salsa dorata. Annabella lo decorava con le piume, in una composizione appariscente e colorata. Prima di iniziare a mangiare, come era tradizione da quando eravamo bambine, dicevamo una preghiera per l’immortalità del pavone, in onore della sua bellezza che sarebbe durata in eterno.

In eterno, era la parola preferita di Annabella da ripetere ogni Vigilia di Natale.

Annabella? Sei qui con me adesso? Ti prego stai con me.”

Trascorrere nel silenzio la notte di Natale può essere davvero inquietante. Cerco di sentire meglio. “Annabella?”

Le parole mi fluttuano nella mente “Rose, ricordi i pavoni nel bosco? Li ricordi che danzavano quando eri bambina?”

Guardo fuori verso la distesa del bosco, mi tornano in mente i pavoni, le loro code punteggiate di colori e il modo in cui facevano roteare le piume in tante tonalità di viola. Io mi trovavo letteralmente immersa in quei colori, persa tra di loro. Facevano un sacco di versi rumorosi, come fossero le campane di una chiesa. Sembrava che ogni pavone camminasse da solo, seguendo il proprio sentiero; me ne sono sempre chiesta il motivo, ma in ogni caso adoravo il luccichio nei loro occhi quando ogni mattina andavo a dargli il buongiorno, e quando tutte le sere li lasciavo con la buona notte.

Ti ricordi Rose, del ponte. Il nostro punto del fiume preferito.”

Forse i fantasmi di Natale esistono davvero. Se solo mi fosse concesso un altro momento insieme a lei, solo uno, giusto il tempo di scambiarci una parola.

Mi metto il cappotto in fretta ed esco fuori. Dietro di me lascio una scia di impronte nella neve, mentre salgo verso la collina dove io e Annabella andavamo con lo slittino, mi fermo all’inizio del ponte, il fiume è pieno di pezzetti di ghiaccio che roteano lentamente. Vado avanti tra la neve che cade e, in lontananza, scorgo un insieme di figure dai petti rigonfi di un colore blu scuro solcato da piccole righine variopinte.L’oscurità mi circonda. Ma io non ho paura del buio. Cammino sul ponte e mi fermo a metà strada; intorno sento solo il tocco leggero dei fiocchi di neve. Poi li vedo, tutti quanti. Centinaia di occhi mi stanno guardando, e scrutano ogni cosa. Il bosco è pieno di pavoni, le loro piume sono sempre spiegate e fluorescenti, proprio come quando ero bambina. Ho una specie di fremito al cuore.

Uno per uno si girano dall’altra parte dirigendosi verso gli alberi, seguendo ognuno il proprio sentiero. Annabella non arriva. Non lo farà mai, ora lo so per certo. Non esiste niente di simile ai fantasmi, non ci è concesso nessun momento in più. Nessuna parola può aggiustare il passato. Sono trascorsi ormai troppi anni da quando il fiume ha inghiotitto Annabella la mattina di Natale. La sua canoa era rovesciata; il suo corpo non fu mai ritrovato. Probabilmente sarei dovuta essere lì.

Si vive e si muore. Annabella diceva sempre che l’unica cosa che non marcisce dopo la morte è la carne del pavone. “Restano in vita per noi, con le loro anime sagge e nobili”.

Un pavone esce dal bosco. Sale sul ponte. Ha il becco rivolto verso l’alto e si lascia dietro una tenue aura verde smeraldo. Non ci sono parole per descrivere la sua eleganza, è come se tutti i segreti del mondo fossero conservati nella sua bellezza. Lo invidio così tanto.

Smette di nevicare. Il pavone mi circonda con le sue piume morbide e sento l’odore della sua carne. Sbatte le ali e fa un verso come se stesse ridendo alla vita. Mi segue fino a casa, proprio come quando ero piccola. I pavoni sono una ricchezza incredibile. “Buona notte dolce pavone, buona notte”.

Le campane della chiesa rintoccano. È mezzanotte della notte santa. Le ali del pavone brillano, la coda ondeggia da una parte all’altra, smuovendo il buio. Si accovaccia sulla ringhiera del recinto del cortile, lasciando che le sue piume vengano giù come trecce.

Dentro casa mi metto seduta sulla poltrona vicino alla finestra. Saprà che lo osservo? Lo splendore dei suoi colori nell’alba improvvisa mi riempie la mente. Da sola sul mio sentiero mi lascio andare e mi addormento sulla sedia. Se non fosse stato per le campane della chiesa che annunciavano la nascita di Gesù bambino la mattina di Natale, non mi sarei mai svegliata da un sonno così profondo. Ancora instabile sui miei piedi, guardo fuori dalla finestra. Non c’è più. Le impronte delle zampe conducono al fiume Eagle Hill.

Lì, nella candida neve bianca, ha sparso tutto il suo piumaggio. Uno splendido ventaglio di piume incise di verde, punteggiate di blu, brillano sotto il sole di Natale – Impettito, vivo come fosse un re.

In eterno,” dico ad alta voce “in eterno Annabella.”

Nel medioevo, i pavoni erano serviti durante il banchetto di Natale. L’uccello veniva spennato e messo ad arrostire tutto intero, poi veniva rivestito delle sue piume per farlo sembrare ancora vivo. Il becco era decorato con un uno strato dorato e dentro veniva inserito un panno intriso di liquido infiammabile a cui poi veniva dato fuoco. Il pavone era portato in tavola dalla dama più importante della casa. Nella visione cristiana, i pavoni spesso rappresentano la vita eterna, e la forma a occhio sulla punta delle loro piume simboleggia l’occhio onniscente di Dio.

Paula Cappa è una scrittice statunitense, autrice dei romanzi Greylock, The Dazzling Darkness e Night Sea Journey. È stata vincitrice del Chanticleer Book Award, del Eric Hoffer Book Award, del Readers’ Favorite International Bronze Medal for Supernatural Suspense e del Gothic Readers Book Club Award Winner in Outstanding Fiction.

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