Una ferita a forma di Stella Nera: celebrando David Bowie

Una ferita a forma di Stella Nera: celebrando David Bowie

“Una ferita a forma di Stella Nera: celebrando David Bowie nel mese a lui dedicato”

Articolo di Camilla Di Nardo

“Steel on the skyline

Sky made of glass

Made for a real world

All things must pass”

I primi versi di Heathen risuonano nella venue berlinese, intonati da un David Bowie in vesti insolitamente sobrie: le tute aderenti e gli stivali in vinile alti fino al ginocchio, in tinta con i capelli rosso fuoco e l’ombretto metallizzato, accessori imprescindibili di Ziggy Stardust, sono solo un lontano ricordo del pianeta Glam. Il David di questo 2002, al suo ventunesimo album e per la seconda volta papà, si presenta al pubblico in giacca e cravatta, il volto immacolato, con l’unica peculiarità dell’anisocoria dei suoi occhi, dalla pupilla destra permanentemente dilatata.

“You say you’ll leave me

And when the sun is low

And the rays high

I can see it now

I can feel it die”

Immobile di fronte al microfono, i capelli scompigliati dal vento, la sua espressione sempre più affranta. Poi la voce di David si spezza, porta un pugno chiuso contro le labbra, cercando di reprimere le lacrime. Chissà la confusione del pubblico di quel concerto a Berlino: qualcuno avrà pianto con lui, altri avranno pensato che fosse solo un’altra performance del Bowie attore (e probabilmente avevano visto giusto). La canzone termina e David esce di scena, posa una mano sulla spalla di Gail Ann, la sua bassista storica, e si lascia guidare dietro le quinte, con passi lentissimi, come se il palco fosse diventato improvvisamente qualcosa di estraneo, un suolo extraterrestre. Scompare nell’oscurità del backstage, solo gli applausi del pubblico rimangono.

guarda video_Heathen

Una coreografia perfetta per una canzone come Heathen, un’elegia sulla transitorietà dell’esistenza. Guardando i filmati di questa esibizione al giorno d’oggi, questa assume il valore di un presagio, un’anticipazione di quel funesto 10 Gennaio del 2016, quando David Bowie uscì di scena in maniera definitiva, abbandonando “il palco del mondo”, per usare un termine shakespeariano. E, anche in questo caso, gli applausi del pubblico sono rimasti, ancora riecheggiano nella platea e continueranno a farlo per un tempo indefinito.

Da tre anni a questa parte la prima decade del nuovo anno è caratterizzata, per gli ammiratori del mito Bowie, da un’atmosfera ambigua, di celebrazione e cordoglio. Iconico anche nel suo modo di lasciarci, due giorni dopo i festeggiamenti per il suo 69esimo compleanno e l’uscita, lo stesso 8 Gennaio, dell’ultimo album Blackstar, Non ha mancato di stupirci anche stavolta.

Indelebile per i fan è il momento della rivelazione che ha colpito chiunque nel rivedere il video del singolo Lazarus : quello che il 17 Dicembre 2015, giorno in cui fu rilasciato, sembrava un geniale quanto criptico cortometraggio di accompagnamento al brano, acquistava improvvisamente senso. Al termine del video, infatti, il nostro Starman, indossando un abito del giovane se stesso, entra in un vecchio armadio e chiude le ante dietro di sé, come un sipario. Da quel momento è risultato chiaro che Blackstar fosse molto di più di un insieme di brani magnifici e drammatici: è un testamento, il testamento musicale per eccellenza.

guarda video_Lazarus

Così Gennaio è diventato universalmente il mese di David Bowie, il periodo in cui viene maggiormente ricordato, celebrato e in cui sentiamo la sua mancanza più che mai. Anche quest’anno sono state molte le novità. Dal 2013 al 2018 la monumentale mostra David Bowie is… ha portato in giro per il mondo (facendo tappa anche a Bologna nel 2016) un’incredibile collezione di abiti di scena e oggetti personali appartenuti all’artista. Dall’8 Gennaio di quest’anno è possibile rivivere l’emozione di aggirarsi nelle sale della mostra attraverso un’applicazione che sfrutta la tecnologia della realtà aumentata, con la voce narrante del premio Oscar Gary Oldman come guida. Sempre l’8 Gennaio è stata annunciata la pubblicazione di un cofanetto dal titolo Spying Through a Keyhole, contenente 9 tracce rare e inedite, incise all’epoca di Space Oddity, di cui celebreremo il 50esimo anniversario in questo 2019.

Prince, Leonard Cohen, George Michael (tutti vittime, tra l’altro, dell’ecatombe musicale del 2016) o i più recenti Chris Cornell e Dolores O’Riordan: sono alcuni dei musicisti deceduti negli ultimi tre anni e la cui dipartita ha spezzato il cuore dei loro innumerevoli seguaci. In qualche modo, tuttavia, la scomparsa di Bowie rimane la più segnante. Non potrebbe essere altrimenti per un’icona che trascende le generazioni e non può essere paragonata a nessun’altra senza incorrere nella blasfemia. E anche in quel caso il paragone non gli renderebbe giustizia, poiché Bowie è tutt’altro che divino: nonostante le sembianze extraterrestri è stato l’apice e l’essenza dell’umanità. Nella sua mutevole evoluzione, in fuga dai fantasmi del passato (uno dei motivi della sua vocazione per la musica è stato il terrore di essere vittima della stessa malattia mentale che aveva condotto il fratello al suicidio), era animato da una curiosità propulsiva che l’ha portato a rimanere, negli anni, sempre protagonista della scena musicale, qualunque fosse il nuovo genere in ascesa. Una sorta di Ulisse, pronto a correre non pochi rischi per il gusto della sperimentazione, ha più volte oltrepassato le colonne d’Ercole dei diversi medium dell’arte, passando dalla musica alla pittura e al cinema. L’abbiamo visto anche cadere, farsi trascinare dai vizi, come quando, nel periodo di Station To Station, viveva con una dieta di “peperoni, latte e cocaina”. Ma abbiamo avuto anche la fortuna di vederlo risollevarsi, regalandoci gli album e i brani migliori della storia della musica. Poi c’è il Bowie degli ultimi anni, felicemente sposato con la modella Iman e padre di Duncan Zowie e Alexandria Zahra. C’è una parte della sua vita, quella conclusiva, che non possiamo menzionare, perché di questa lui stesso non ha voluto renderci partecipi, fedele a quel suo imperativo artistico per cui mai e poi mai avrebbe voluto rendersi “noioso”.

Quindi non era un alieno, sicuramente non era un “eroe”, ma era un uomo e in quanto tale ci ha mostrato la via per sfruttare l’immenso potenziale umano attraverso l’arte. Sta in questo il suo merito più grande. Così, in questo mondo dopo Bowie, ce ne andiamo in giro con addosso una ferita dalla forma di una Stella Nera, la sua Blackstar, non solamente chi l’ha tatuata per sempre sulla propria pelle, ma chiunque lo ami e la ferita la porta dentro: chi ama il bel suono, chi ha occhio per lo stile, chiunque sia sensibile al genio e sappia riconoscerlo, perché di questi David Bowie sarà sempre l’ispiratore.

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