“L’isola dei morti” – racconto

“L’isola dei morti” – racconto

“L’isola dei morti” di Edoardo Bassetti –

Racconto vincitore della quinta edizione del concorso letterario Cultora, e pubblicato dalla casa editrice Historica Edizioni in un’antologia che è stata presentata in anteprima nazionale in occasione di Più libri più liberi a Roma.

Illustrazione di Francesca Colombara (http://(https://colombarafrancesca.weebly.com/) 

“Ascolta 

come mi batte forte il tuo cuore.”

WISŁAWA SZYMBORSKA, Ogni caso

A un amore passato somigliava quel quadro.

La colpa era di sua figlia. Cercava di non farlo capire, ma quelle opere d’arte lo facevano incazzare come una bestia: erano troppo belle, per lui. Si sentiva una merda, ogni volta. Più ignorante di quello che era. Non che visitasse spesso pinacoteche e mostre d’arte, tutt’altro, ma quelle poche volte che gli era capitato era finita sempre così: non riusciva a capire perché erano belle, e perché una era più bella o più brutta dell’altra, perché una prendeva spunto da una precedente, e perché un’altra ancora ribaltava la poetica della prima. Un’altra cosa che proprio non riusciva a spiegarsi era l’espressione “dal valore inestimabile”, o come diamine dicevano quelle guide altezzose: tutto, nella sua vita, aveva sempre avuto un valore: una macchina è bella perché costa centomila Euro, un cellulare è bello perché ne costa mille. Se una cosa non può avere un valore, non dev’essere un granché. È facile. Adesso, che sua figlia l’aveva portato lì, poteva solo far finta e annuire, a tempo, con la testa: una scena profondamente ridicola e imbarazzante, per un uomo autorevole come lui.

La colpa era di sua figlia, senza alcun dubbio: era stata lei, dal suo tablet, a prenotare i voli per tutta la famiglia, parecchi mesi prima: forse lasciare la carta di credito in bella vista non era stata proprio un’ottima idea. «Era un’offerta imperdibile, non potevamo lasciarcela scappare!», così aveva argomentato a cena, quando lo disse ai suoi, a biglietti già comprati. Ed effettivamente avevano speso davvero poco, a dir la verità. “Era stato un affare”, come spesso si diceva a casa. Di certo la carta di credito la sapeva usare meglio lei che sua madre, questo era poco ma sicuro: l’ultima volta che l’aveva lasciata a sua moglie si era riportata a casa mezzo negozio. Tutta roba che poi non si era mai messa, ovviamente.

Tutto ciò – l’aver avuto una figlia così sorprendente – rincuorava però il signor Zago, che vedeva in lei una possibilità di riscatto alla sua ignoranza, nonostante la sua ricchezza: non lo dava a vedere, ma si sentiva davvero in colpa per non aver mai letto un libro dall’inizio alla fine, e per aver fatto comunque tutti quei soldi. O meglio, prima d’ora non aveva mai sentito alcun senso di colpa, ma da quel pomeriggio, però, un po’ colpevole aveva iniziato a sentirsi.

Sua figlia si era appena iscritta a Lettere classiche, e di libri ne avrebbe letti davvero tanti, e di soldi ne avrebbe guadagnati davvero pochi. Ci aveva provato, all’inizio, a dirle di iscriversi ad Economia aziendale e management, alla Bocconi. Ma poi, vedendo che sua figlia insisteva, aveva lasciato stare. Sua moglie aveva continuato, invece. Ma alla fine aveva vinto la figlia. Gli piaceva vederla così determinata e risoluta, contro la madre. L’aveva stimata davvero, in quel momento, forse per la prima volta. Non che non volesse bene a sua figlia, per l’amor del cielo, però non gli era mai venuto in mente, prima, di provare per lei un sentimento come la stima. Pensava fosse roba da grandi, da uomini d’affari. Forse, a dir la verità, sua figlia era effettivamente diventata grande, e solo in quel momento se n’era accorto. Tutto ciò – l’aver avuto una figlia umanista, ma determinata come un’imprenditrice – lo faceva sentire con la coscienza a posto: ci aveva pensato il destino a riequilibrare i bracci della bilancia. Aveva pagato il conto: era innocente, adesso. Non voleva, però, che anche sua figlia facesse dei soldi la sua unica ragione di vita. Non voleva tirarla su come avevano fatto i suoi genitori con lui. Ormai per il signor Zago era andata così, anche lui ne era consapevole: non sarebbe più cambiato, non c’era più nulla da fare. Ma per sua figlia, per sua figlia qualcosa si poteva ancora fare, invece.

Così banale, ora, gli sembrava la sua vita: tutto il giorno in fabbrica, le sfuriate con i dipendenti, le offese gratuite, i puntuali rimorsi che non riusciva a spiegarsi, tornare a casa stanco e stressato. Uno stress che veniva periodicamente diluito passando l’inverno in montagna e l’estate a Jesolo. L’inverno in montagna. E l’estate a Jesolo. Non gli era mai venuto in mente di viaggiare altrove, con i suoi soldi. Per lui vacanza voleva dire comprare una casa per le vacanze, voleva dire rivedere – in altri luoghi, che a lungo andare “altri” non erano più – le stesse persone che vedeva durante l’anno. Di affittarla negli altri mesi non se ne parlava, anche se magari rimaneva sempre vuota. Sarebbe stata una vergogna. La famiglia Zago non ha bisogno di altri soldi. Con tutto quello che aveva speso per comprare casa a Jesolo e Cortina, però, avrebbe potuto viaggiare per tutto il mondo, soltanto ora se ne rendeva conto. Ma questo pensiero non l’aveva mai sfiorato prima, minimamente.

Quel volo improvviso per Berlino, tuttavia, iniziò ad incrinare poco a poco tutte le sue inattaccabili certezze. Non che gli piacesse la città, per carità! Però vedere qualcosa di nuovo era diventata per lui un’esperienza del tutto destabilizzante. Anche una città come Berlino, a tratti grigia ed evanescente, ancora alla ricerca della sua identità perduta, gli appariva così perentoria nel suo essere novità. Non ci era più abituato: era dall’infanzia che non riusciva più a meravigliarsi di qualcosa, dato che continuava a fare sempre le stesse cose. Sempre le stesse cose. Sapeva che una persona ricca, se è veramente ricca, deve comprarsi la casa in montagna, e la casa al mare. Deve lavorare tutto il giorno e fare soldi. Tanti soldi. Deve azzeccare gli investimenti che rendono di più. Basta, non c’è altro da sapere.

Da quand’è che era diventato così sicuro della propria vita, così abituato alle proprie abitudini? O lo era sempre stato, perché lo erano sempre stati anche i suoi genitori? Avesse dovuto scegliere un momento, forse avrebbe detto da quando aveva ereditato l’azienda di famiglia: la morte del padre, la sicurezza economica, le nuove responsabilità… tutti questi gravi l’avevano fatto crescere, l’avevano fatto diventare sicuro di sé. Come per magia era all’improvviso diventato sicuro del suo ceto d’appartenenza, della sua famiglia, dell’odio contro i terroni, di avere il diritto di poter evadere le tasse, di essere ignorante e ottuso, di poter essere ricco nonostante tutto e tutti. Essere nato in una famiglia benestante, in Veneto piuttosto che in Sud Sudan, era per lui un diritto acquisito, un merito, e non una botta di culo. Un privilegio da difendere con le unghie, senza alcun timore, senza alcuna esigenza di allungare lo sguardo oltre il Po, concentrato com’era a sentirsi padrone a casa propria. Chi l’ha deciso, però, che lui doveva nascere piuttosto che ? Perché era cresciuto su piuttosto che giù? Oppure, ancora, che i ricchi devono comprarsi la casa al mare e la casa in montagna? Il signor Zago non ci aveva mai pensato. Aveva trovato quest’assioma lì, già conficcato nel binario della sua vita. Se tutti fanno così, sarà perché bisogna fare così. Se io sono nato qui sarà perché dovevo nascere qui. Ma ormai quella risposta non gli bastava più. O meglio, da quel preciso istante, quella risposta iniziò a non bastargli più. E perché, però, se ne era accorto proprio ora? Perché aveva dovuto aspettare che sua figlia lo portasse a Berlino, e che quel quadro dell’Alte Nationalgalerie iniziasse a parlargli, a fare breccia dentro di lui?

A parlargli, sì, come nessuna opera d’arte era riuscita finora a fare con lui. È come se tutti quegli anni di silenzio, di insensibilità di fronte all’arte, gli si fossero presentati improvvisamente con tutti gli interessi. E il tasso, oltre tutto, era pure considerevole. È come se qualcuno avesse investito in borsa con i suoi soldi, senza dirglielo. E chi si addentra nel mondo dell’arte e scende sotto alla superficie, lo fa sempre “a suo rischio e pericolo”, come scriveva Oscar Wilde. E allora le cose possono andare a finire anche male. Parecchio male. Se ci si addentra senza volerlo, o senza accorgersene, inconsciamente, la paura e la sorpresa possono anche prendere il sopravvento. Può finire in qualsiasi modo, a quel punto: in una palingenesi, un’epifania, un’intermittenza del cuore o anche in una profonda crisi. E per lui, adesso, come sarebbe finita?

Ma quel quadro continuava a somigliare ad un amore passato.

Continuava a somigliare alla sua giovinezza, a quando aveva vent’anni e non era affatto sicuro di quel che faceva e di quello che sarebbe diventato. Quando portava quegli enormi occhiali color tartaruga (che adesso erano tornati di moda), senza i quali il mondo si faceva confuso e sfumato. Sapeva solo una cosa, allora: voleva stare sempre con la sua fidanzata, Laura, perché solo quando era con lei riusciva ad essere sicuro di se stesso, e il mondo si faceva all’improvviso un po’ più nitido, anche senza occhiali. Era quella la sua unica certezza d’allora, la messa a fuoco della sua esistenza. Ancora non aveva ereditato l’azienda di famiglia, suo padre non era ancora morto, e non aveva intestato un conto corrente con una rassicurante cifra di zeri: non aveva le spalle coperte, come diceva spesso, adesso.

Eppure quel quadro non ritraeva un’avvenente ragazza, nessuna scena d’amore, ed era anzi piuttosto cupo e inquietante: c’era un mare petrolio con un cielo plumbeo alle spalle; al centro, una piccola imbarcazione che stava per approdare su una strana isola; a bordo si ergeva statuaria una ieratica figura bianca, di spalle, che aveva un grosso baule davanti ai suoi piedi, bianco pure quello; appena dietro un rematore dai lunghi capelli biondi, anzi, forse una rematrice. Quello però non doveva essere un baule, sembrava più una bara avvolta da un bianco lenzuolo, ora che ci faceva caso. L’isola era come un rudere galleggiante, una montagna squarciata alle sue viscere da fiamme di nero fuoco, ma che in realtà erano cipressi serpentini, pronti ad innalzarsi al cielo come in un rito primordiale: forse un sacrificio alle divinità… di certo qualcosa con cui aveva a che fare la morte. C’era qualcosa di ancestrale in quell’atmosfera, che portava a un approccio iconografico, archetipico: un sentimento latente che qualunque uomo sulla faccia della terra, al di là della sua cultura e della sua religione, avrebbe potuto cogliere, in quanto uomo. E che colse, quindi, anche il signor Zago, nonostante il suo analfabetismo artistico.

Ma la barchetta non sembrava andare avanti, sembrava essersi fermata, come ad aspettare; come se i due non fossero del tutto sicuri di procedere. E se invece che accingersi ad approdare stessero aspettando qualcosa per poi andare via? Una rivelazione? O più semplicemente una persona, forse un’anima che non c’era più, ma che non era ancora sicura di compiere l’estremo passo. Delle finestre, poi, c’erano anche delle finestre. Che fosse stata una sorta di grotta abitata? Da uno stregone forse, uno sciamano, oppure un oracolo. E lui, lui cosa avrebbe chiesto al suo cospetto? Qual era la domanda che lo tormentava, che lo faceva rimanere con gli occhi mezzo aperti la notte? O non aveva più domande, ormai? La vita era per lui un percorso già tracciato, così aveva sempre pensato: un treno di quelli di montagna, turistici, che salgono salgono per un unico binario, senza chiedersi perché. Le domande esistenziali, i dubbi amletici, sono cose da fregne mosce, non da imprenditori… o almeno così aveva sempre creduto, finora. Non avrebbe avuto niente da chiedergli, nessun morto da resuscitare, tanto meno suo padre.

Ma una grotta non era, dato che era a cielo aperto: nessuno avrebbe potuto abitare in un luogo simile. Somigliava piuttosto a una terra riemersa dall’abisso, un ricordo che prende forma riaffiorando dalla coltre indistinta dei giorni. E perché proprio Laura, adesso? Erano decenni che non ripensava più a quella che era stata la sua prima fidanzata. Chissà che fine aveva fatto. La sua pelle soffice e profumata, le sue labbra graziose e discrete… Da quando si era traferita in Danimarca non l’aveva più vista. Ed ora, all’improvviso, come un Atlantide che si ribella al suo cupo destino, eccola di nuovo innanzi ai suoi occhi.

E perché si erano lasciati, poi? Lo sapeva benissimo perché si erano lasciati: perché da quando il padre di lei era morto, era caduta in una forte depressione. Un infarto a soli 50 anni. Fulminante. Un uomo così dinamico e pieno di vita, a volte anche un po’ burbero a essere sinceri, ma comunque buono. Un po’ irascibile forse, ma una bella persona… proprio una bella persona. Laura però era diventata insopportabile, sospettosa di tutto e di tutti, insicura di ogni suo passo. Starle vicino diventava sempre più difficile, e al pensiero che proprio con quella ragazza il signor Zago avrebbe dovuto passare l’intera sua vita… si sentiva profondamente vulnerabile, precario, come se lui stesso non sarebbe potuto essere forte e risoluto con una persona del genere a fianco. Il signor Zago non poteva permettersi punti deboli. Ne valeva la pena? Valeva la pena di starsi a sorbire ogni giorno i suoi mille problemi, lo stillicidio delle sue mille ansie? Lui, che a casa vedeva persone così decise e perentorie, così tutte d’un pezzo, scorgeva in quelle indecisioni un sintomo di profonda debolezza. E, il signor Zago, avrebbe voluto davvero una persona debole come moglie? Una persona che si lascia piegare dagli eventi, senza opporre alcuna resistenza; una persona che non sarebbe mai riuscita ad essere sicura delle sue certezze.

Eppure, almeno all’inizio, il signor Zago ci aveva provato. Aveva provato a comportarsi in maniera diametralmente opposta rispetto a come si comportava la sua famiglia, a quello che era il suo modello comportamentale: a casa, la sua candida incertezza era infranta da una forza inspiegabile, arcana, come quella di sua nonna Elvira, che ancora abitava con loro, e mangiava sempre a capotavola; un cameriere filippino le porgeva i piatti, in silenzio, e lei lo ricambiava sempre con uno sguardo sprezzante. Il giovane Zago provava una grande tristezza nel vedere come i suoi parenti trattassero quell’umile e rispettabile famiglia filippina, che ormai da molti anni viveva con loro, ma non poteva esternare la sua sensibilità, la sua debolezza: si mangiava in silenzio, a casa loro, tanto che si poteva sentire distintamente i rebbi della forchetta picchiare sul piatto col bordo dorato, o l’acqua che riempiva i bicchieri che ne amplificavano il liquido suono. Il piccolo Zago, sin dall’infanzia, si era allenato a mangiare senza fare alcun rumore, quando ne aveva voglia. Ci era riuscito giusto due o tre volte, al massimo. E la sua flebile voce, la sua flebile voce – lo sapeva – avrebbe tremato in tutta la sua incertezza, ancora più precaria del voluto, in quel silenzio di marmo.

Ma con Laura era diverso, con Laura aveva imparato che il silenzio non deve per forza essere qualcosa di sterile e perentorio: in silenzio si può anche ascoltare una persona, ad esempio; si può permettere a quella persona di nominare la propria chimera, di ridimensionare i propri problemi, che già a condividerli si fanno improvvisamente più piccoli. Non gliela aveva insegnata nessuno questa cosa, prima di conoscerla. Il signor Zago, grazie a Laura, aveva capito che si può ascoltare anche uno sguardo, un abbraccio, un angolo di sorriso, e non solo un discorso. (Era stato quello, senza che se ne fosse accorto, il gesto più rivoluzionario della sua adolescenza – e pensare che aveva sempre creduto, invece, che l’atto di ribellione più forte nei confronti della sua famiglia fosse stato fumare di nascosto, in bagno, quando a casa c’erano anche i suoi: aprire di corsa la finestra per far spuzzare, poi spruzzare dappertutto il suo deodorante spray per ingannare il loro olfatto, per fargliela proprio sotto il naso).

E iniziava anche a riuscirci, in parte. Laura stava poco a poco migliorando. Quel pomeriggio, poi, quel pomeriggio che l’accompagnò a trovare la tomba del padre fu davvero una svolta. Erano passate tre settimane esatte da quella morte improvvisa. Il signor Zago non poteva sapere che solo dopo qualche mese sarebbe morto anche il suo, di padre. Era un pomeriggio d’ottobre, un uggioso pomeriggio autunnale. Ora iniziava a ricordarselo. Sempre più nitidamente. Erano anni e anni che quel ricordo era rimasto lì, intatto, cristallizzato in un angolo della sua anima più remota, per poi sciogliersi e tornare alla luce proprio ora. E perché, proprio ora?

Quell’acqua così scura, e quel cielo così tetro… erano gli stessi d’allora, come un’avvolgente emanazione del lutto. Presero il battello, quel pomeriggio, dall’ospedale a Murano Colonna, e poi da lì cambiarono per arrivare al Cimitero. Non ci andava spesso a Venezia, con i suoi. Che ci va a fare, un imprenditore, a Venezia? Se non per pavoneggiarsi, magari, alla Mostra del Cinema… Ma la loro era un famiglia seria: erano ricchi per davvero – mica per scherzo! – e non avevano certo bisogno di ostentare. Si ricordava ogni fermata, ogni riflesso di quella laguna nuvolosa. Che strano posto il cimitero di San Michele: non sembra un posto realmente esistente, anche quando ci cammini sopra:

  • come un’intima architettura dell’anima che già ti appartiene, senza saperlo. Un cronotopo della memoria che si materializza o svanisce per sempre, al quale si giunge avventurandosi in un itinerario quasi dantesco, per le dimentiche acque del Lete. Un sentiero che non riesci a calpestare veramente, ma puoi ripercorrere solo attraverso il solco che le lacrime tracciano sul tuo volto. Quei cipressi attorno, poi, messi lì per celare come un mistero inaccessibile ai profani, che desta sempiterno il suo irresistibile fascino; e anche quegli archi ogivali, pronti a richiamare un luogo lontano nello spazio e nel tempo, che vegliano su quelle porte austere, che si schiudono solo al Ricordo. Ogni cosa è lì a ricordarti che non esiste: che non è questo, il suo mondo.

L’aveva rivisto da poco poi, ora che ci ripensava. Forse per quello gli era tornato in mente proprio adesso. Un’analogia folgorante, come un lampo del suo inconscio in subbuglio: un gigantesco occhio che si chiude e si schiude, inquietante, all’uscio di una finestra in penombra. Non dal vivo, l’aveva rivisto, ma al cinema: quando aveva accompagnato sua figlia a vedere Youth – La Giovinezza di Paolo Sorrentino, che tanto le piaceva. Una noia mortale, per lui. Non riusciva ancora a capire cosa ci trovasse sua figlia di tanto interessante. “Sarà una delle nuove mode da radical chic…”, aveva pensato. Però, verso la fine – questo almeno se lo ricordava, forse si era destato proprio in quel momento – il protagonista si reca al cimitero di San Michele per portare dei fiori alla tomba del suo maestro Stravinskij, proprio come trent’anni prima avevano fatto lui e Laura. Quella scena l’aveva molto colpito, e adesso ne aveva realizzato il perché. Ecco a cosa somigliava quel quadro: somigliava al cimitero di San Michele. Forse per questo aveva iniziato a parlargli. Doveva tornarci, anche solo col pensiero, anche solo con il ricordo: era questo il messaggio, era questa la rivelazione. E cosa si erano detti quella volta? Probabilmente fu il discorso più importante della sua vita… eccolo, eccolo, che stava riemergendo dalla palude, proprio come l’isola di fronte ai suoi occhi.

«Sai? Quando papà aveva capito che gli erano rimasti pochi giorni mi disse una cosa che non ti ho mai detto…»

Si abbassò per appoggiare sulla lapide il mazzo di garofani bianchi, che avevano comprato insieme. Riccardo la osservava come ipnotizzato. Si tirò su, lentamente. Lo guardò negli occhi, cercando di destarlo da quella parentesi ipnotica. Riccardo se ne accorse. Aspettò ancora qualche istante, poi disse:

«Cosa ti ha detto?»

Laura, che aspettava esattamente quella domanda, rispose con una gioia che sgorgava lacrime:

«Non ci crederai ma… cioè, con te è sempre stato un po’ freddo – ma capiscilo adesso! La sua unica figlia… – mi disse esattamente queste parole: “quando io non ci sarò più, Riccardo sarà il tuo nuovo punto di riferimento, sarà lui che dovrà proteggerti, come ho fatto io…»

La guardò negli occhi, fra lo stupito e il dubbioso.

«E perché me lo dici solo ora?»

C’era del rancore, malcelato, in quella domanda.

«Perché volevo vedere se aveva ragione…»

Riccardo abbassò lo sguardo, offeso.

«Che tuo padre non fosse entusiasta di me l’avevo capito da solo… ma adesso perché anche tu? Perché mi dici questo? E di tuo padre poi… perché me lo dici solo ora? Avevi pensato di non dirmelo?» le domandò con il volto abbassato.

«Non ho pensato nulla… non te l’ho detto e basta.» «E che pensi… si era sbagliato?» «In che senso?»

«Mi sono meritato la sua fiducia? E la tua?»

«Penso di no… non si era sbagliato. Adesso però devi dimostrarmelo tu…» Alzò lo sguardo fino a incontrare il suo. «Ti prometto che ti starò vicino, sempre.»

Laura rise con dolcezza, senza aprire la bocca. C’era qualcosa che ancora la tratteneva, e il tono della sua voce si fece mezzo isterico.

«Finora ci sei riuscito… e non so come ringraziarti, davvero. Solo tu ce la potevi fare. Ma poi? Ora sto meglio ma… – si portò la mano destra alla bocca, cercando di trattenere un singhiozzo di paura – ma se dovessi ricadere nella depressione, ancora? Se il mio malessere dovesse diventare ancora più forte di prima?»

Iniziò a piangere, coprendosi il viso.

«Come farai? Come farai a starmi vicino?» gli chiese urlando.

Immobilizzato dall’espressione di lei, Riccardo disse con voce spezzata e zoppicante:

«Io ti starò vicino, Laura, te lo prometto.»

«Non voglio farti del male… – ora la sua voce si era un po’ tranquillizzata – non voglio che anche tu soffra, come me…. E poi non voglio farti litigare con tuo padre, non voglio…»

«Ma io ti amo, Laura, lascia perdere mio padre…» rispose di colpo, in un unico gemito, come se qualcuno gli avesse infilzato il costato. Non c’era più rancore, nella sua voce.

«Anche io ti amo, Riccardo, ma arriverà il momento in cui stare accanto a me diventerà insostenibile…»

Si ritrasse indietro, come impaurita da quelle sue stesse parole.

«Ce la farò… come già ce l’ho fatta!» gridò d’istinto Riccardo, cercando di imitare la voce del padre, quando voleva dire qualcosa di importante. Ma non ci riuscì.

Laura non sapeva come rispondere a quella promessa solennemente ostentata, alla quale credeva, davvero, ma non riusciva proprio a immaginare. Pensò che solo i loro corpi potevano dirsi la verità, in quel momento.

«Vieni qui… abbracciami!»

Si avvicinò poco a poco, come a voler abbracciare un fantasma, come a rispondere a una voce che uscisse dal quadro. Si sfilò gli occhiali da miope (come quelli d’allora, ma con un restyling moderno), per essere sicuro che la sua vista non lo stesse ingannando. Non aveva mai visto un’opera d’arte così da vicino. Si portò la mano destra sull’orecchia: riusciva ad ascoltare il rumore di quelle onde scure che s’infrangevano sugli scogli; sentiva l’odore della salsedine, del legno fradicio. Quella bianca figura emanava ora una luce abbagliante, magnetica.

Poi una flebile voce: «ce la faremo, ce la faremo…» sussurrava l’angelo, o la rematrice, o forse egli stesso.

«Papà, ma che stai facendo? Parli da solo? Se ti avvicini ancora un po’ scatterà l’allarme… siamo in Germania qua, mica in Italia, questi dopo ti cagano il cazzo… Roba che ci portano in caserma! Non pensavo fossi così interessato alla pittura… una vocazione improvvisa?»

Il signor Zago si ritrasse indietro, come tornando da un ricordo lontano.

«Io e la mamma saliamo al secondo piano … vieni con noi? O vuoi continuare a parlare ai quadri?» «Ah… sì, sì… vengo subito…»

«L’uomo che sussurrava alle opere d’arte, lo chiamavano!»

Il signor Zago scosse la testa sbuffando, come fanno i cavalli per scacciare gli insetti, o i brutti pensieri. Si sentiva come riemerso di colpo, dopo ore e ore di immersione subacquea: la pressione e la forza di gravità della Memoria non sono le stesse di quelle della superficie terrestre, ora il signor Zago l’aveva provato sulla propria pelle, e non se ne sarebbe più dimenticato. Serve la giusta attrezzatura, come quando si va in montagna. Si può rischiare la vita, a fare gli sportivi della domenica. Basta un minimo errore e…

Gli ci volle un po’ per riabituarsi, come accade agli astronauti quando tornano sulla Terra, che sembrano mezzi paralizzati nonostante la loro prestante forma fisica. Vedeva sfuocato, attorno: gli sembrava di essere atterrato su un deserto che girava girava intorno a lui. Cercò di tranquillizzarsi, di aspettare che quel varco spazio-temporale aperto nella sua anima si rimarginasse, da solo. Dopo qualche silente istante in cui l’immobilità del suo corpo era stata inversamente proporzionata all’inquietudine interiore, ebbe come l’impressione di essere appena sceso da quell’ondivaga barca, e di aver messo finalmente piede sulla terraferma: a posto della viscida pietra che introduceva a quella misteriosa isola, però, trovò sotto ai suoi piedi il caldo parquet dell’Alte Nationalgalerie. Ce l’aveva quasi fatta, stavolta: avrebbe dovuto fare solo un piccolo e fiducioso passo in avanti; e invece, proprio come allora, fece un brusco passo indietro, intimorito da quel futuro nuvoloso.

Diede un’ultima e definitiva occhiata al quadro con gli occhi sbarrati, e poi alla didascalia, come a volerla fissare per sempre nella sua memoria.

Arnold Böcklin, Die Toteninsel III.

Salì le scale insieme a sua moglie e a sua figlia, profondamente frastornato.

Le osservò a lungo mentre lo precedevano, pochi gradini davanti a lui: loro erano la sua vita.

Quel quadro… quel quadro avrebbe potuto esserlo.

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