Neo-antifascista

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Neo-antifascista

articolo di Elettra Bernacchini

La voglia di scrivere una riflessione sull’antifascismo nasce per due motivi principali. Primo, per storia familiare sono stata educata a rispettare, e dove possibile, praticare questo ideale; per spiegarmi meglio, mi contestualizzo. La persona che più di tutti ha forgiato la mia coscienza sociale e politica è stata, probabilmente, mio nonno materno, partigiano che attraverso il racconto di aneddoti della sua vita ha cercato di mostrarmi, e così di trasmettermi, la visione della società che aveva scelto di appoggiare, che riteneva più giusta all’evidenza. Una volta morto, sono rimasti mia madre, testimone e fautrice dei principi del nonno, e mio padre, che negli Anni 60 e 70 scelse di essere di sinistra, di portare avanti le battaglie politiche nelle quali si riconosceva in modo inequivocabile. Io, invece, sono nata negli Anni 90, quando le barriere fisiche – o forse è il caso di dire le barricate – cadevano, perciò schierarsi nettamente sembrava non fosse più necessario. Il secondo motivo è stato un banale esperimento che ho voluto fare in un momento in cui mezzi d’informazione riportano un giorno sì e l’altro pure fatti di cronaca violenti, definiti, più o meno retoricamente, “d’ispirazione fascista”, in cui i giornali si dispongono, più o meno pubblicamente, a favore o contro tale definizione, e a profondersi in articoli di critica. Ho ricercato sulla barra di Google prima le parole fascimo e fascista, che sommate mi hanno dato oltre 89 Milioni di occorrenze risultanti, poi antifascismo e antifascista, che nello stesso procedimento hanno raggiunto un risultato di poco più di 6.600.000 occorrenze. Si potrebbe dissertare per ore sul funzionamento dell’algoritmo di Google, o sulla qualità delle deduzioni che se ne possono trarre; a me, semplicemente, è stato sufficiente prendere i numeri così per sorprendermi della discrepanza: di antifascismo/antifascista, almeno in Internet, se ne parla in misura decisamente inferiore rispetto a fascismo/fascista.

Se aggiungete il secondo motivo al primo, potete forse immaginare che tipo di stato d’animo si scatena ogni volta che vedo o leggo di fatti come quello del 3 febbraio 2018 a Macerata – la sparatoria a opera di Luca Traini – e i commenti più o meno autorevoli a seguire: lo stesso, suppongo, che si scatena in tutti quelli della mia generazione, cresciuti con determinate strutture socio-politiche descrittive e che si sono ritrovati, una volta giunti all’età adatta per diventare parte attiva della società, a dover affrontare un ambiente che di evidente o inequivocabile non ha più neanche l’ombra. Se non ci riuscite, anche solo perché avete una storia familiare differente, provo a farvelo intuire con due domande, elaborate all’interno di questa riflessione, alle quali cerco risposta: ha ancora senso parlare di fascismo e antifascismo, soprattutto per noi “nuovi” giovani adulti? Se sì, perché si parla così tanto di fascismo e così poco di antifascismo, almeno secondo la mia esperienza?
Vado per ordine. Prendendo per buona l’affermazione secondo cui la confusione in cui siamo immersi sia comune a tutti, dalla persona politicamente di destra a quella di sinistra, fino a coloro che si dichiarano al di sopra di tale divisione – cosa, tra parentesi, che suona un po’ come una scusa facile, ma non sono qui per far polemica – mi sembra un atteggiamento normale tentare di aggrapparsi a quelle piccole àncore di salvezza ideologiche ancora rimaste in campo, se non altro per superare la fase peggiore del procedere storico. Su questa scia, il senso di continuare a parlare di fascismo e antifascismo oggi esiste proprio perché la società, per combattere il disordine in cui è piombata, torna a polarizzarsi su quei pochi pilastri sopravvissuti, e a quanto pare, con buona pace dei super partes, l’Italia ancora si divide in fascisti e antifascisti.

Arrivo alla seconda domanda, che è poi quella che m’interessa di più. Penso, in modo forse anche piuttosto banale, che si spendano fiumi di parole sul fascismo, o sul neo-fascismo, perché è il lato della medaglia che provoca più clamore, che incute più timore – o fascino, inutile negarlo – grazie al suo essere semplice e diretto. Non sono la persona adatta per dissertare sulle differenze tra il fascismo di oggi e quello di ieri, per questo rimando agli esperti, eppure credo non sia una perdita di tempo riprendere le parole del giornalista Christian Raimo, in un articolo1 di novembre 2018, che spiegano come nello spazio sociale e politico contemporaneo, riempito per lo più di populismi di sorta: “… le idee fasciste e neofasciste sono sopravvissute e sembrano meno pagliaccesche, residuali, autocontraddittorie, violente, come invece è stato per tutti i decenni in cui l’antifascismo è stato la religione civile della repubblica italiana e la sua fonte principale di cultura politica, a partire dalla scrittura della costituzione”. Insomma, nel ritorno alla polarizzazione della società, sicuramente i termini dello scontro sono tramutati nel tempo, ma il nocciolo di questi è sopravvissuto, ammantandosi di una forma più contemporanea. L’errore, anche di coloro che giustamente mettono in guardia, ognuno con le proprie armi, sull’adagiarsi del rinnovato fascismo, è proprio quello di non porre altrettanta attenzione sulla controparte, meno roboante ma con una prospettiva di gran lunga più vasta e benefica, l’antifascismo.
Se è evidente che una parte della società civile si sta riorganizzando più o meno coscientemente sotto la bandiera del fascismo, e organi informativi e opinione pubblica sono pronti a narrare questo fenomeno, penso sia giunto il momento che anche l’altra parte faccia altrettanto, che riconosca apertamente l’antifascismo come alternativa giusta, che lo sbandieri ai quattro venti con parole e fatti, e costringa così informazione e opinione pubblica a spendere fiumi di parole anche su di esso, almeno fino a quando il numero di occorrenze risultanti dalla ricerca di Google non saranno pari.Non ho la presunzione di credere di essere la prima a porre la questione, anzi; ho solo colto l’occasione per esprimere un pensiero che avevo in testa da molto.
Forse un buon punto di partenza potrebbe essere quello di concentrarsi sull’autonarrazione che l’antifascismo fa di sé stesso oggi, così come il fascismo ha fatto, e continua a fare, di sé. Nella pratica, mi sembra un buon esercizio quello di dimenticarci per un attimo l’avversario e pensare semplicemente cosa significa oggigiorno, per chi ci crede: ad esempio, per me antifascismo significa resistenza (forse anche qui c’è lo zampino di mio nonno) nel piccolo e nel grande, nel privato e nel pubblico, rispetto a norme e imposizioni ingiustamente antiprogressiste. Chissà che mettendo insieme tutte le definizioni non scopriamo che esiste già un neo-antifascismo pronto a dar battaglia al suo eterno nemico, in questo caso sono sicura che vincerebbe.

1 https://www.internazionale.it/bloc-notes/christian-raimo/2018/11/06/capire-combattere-fascismo

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