A Visual Protest: l’arte di Banksy in mostra al MUDEC

A Visual Protest: l’arte di Banksy in mostra al MUDEC

A Visual Protest: l’arte di Banksy in mostra al MUDEC

Articolo di Camilla Di Nardo

La notizia giunge in Agosto, contribuendo ad innalzare le temperature già di per sé roventi: sarà il Museo delle Culture di Milano il primo museo pubblico italiano ad ospitare una mostra di Banksy, seppur non ufficiale e non autorizzata, per ovvie ragioni, dal suddetto. Non è la prima volta che le opere dell’anonimo street artist diventano protagoniste di questa sorta di crocifissione artistica, rimosse dall’habitat naturale della strada e segregate nell’ambito museale. Diverse mostre del genere sono state allestite in questi anni in giro per il mondo, ma poche sono quelle autorizzate e curate da Banksy stesso, come la “Barely Legal” a Los Angeles (la famosa installazione con l’elefante vivo nella stanza) e il parco a tema “Dismaland” in Inghilterra, se di mostre (piuttosto che di forme di protesta) si può parlare. Un atteggiamento coerente d’altronde con il rifiuto di un “sistema” dell’arte e del consumismo che la infetta, una posizione che non ha esitato a sottolineare con l’ultima delle sue trovate, l’ormai famoso caso del trita carte e della “Bambina con palloncino rosso”.

Al di là del dibattito sulla scelta più o meno giusta di portare un’arte di strada e normalmente a fruizione gratuita in un museo, c’è la realtà dei fatti, la presenza di opere originali acquistate a caro prezzo da collezionisti privati di tutto il mondo: 80 tra dipinti e serigrafie, circa 60 copertine di album musicali disegnate dall’artista e una quarantina di memorabilia, senza le quali questa mostra non avrebbe avuto luogo e che rimarranno in esposizione fino al 14 Aprile 2019. Ma non solo Banksy, fanno da cornice ai suoi lavori le fatiche di chi l’ha preceduto e ha costituito la sua fonte di ispirazione, dall’artista danese Asger Jorn e dai manifesti del ’68 dell’Atelier Populair, ad Andy Warhol e Keith Haring. Trasgressive quel tanto che basta a suscitare l’occhiataccia dell’inglese medio, le opere di protesta contro la società e la politica inglesi, in cui l’artista nasce (è quasi certa la sua provenienza da Bristol), ridicolizzano figure di culto come Churchill, dipinto con una cresta moicana verde, o la regina Vittoria, la “Queen Vic”, ritratta in atteggiamenti promiscui mentre siede su qualcosa di diverso dal solito trono regale. Immancabile la critica al consumismo, con gli emblematici “ratti di Banksy”, la sua firma nei primi anni di attività. Ma se inizialmente erano i ratti a contraddistinguerlo, ciò che in anni più recenti fa dire “Banksy è stato qui” sono i graffiti contro la guerra e le forze armate: soldati con un emoticon, sorridente ma inespressivo, dove dovrebbe esserci un volto umano, una ragazza che abbraccia una bomba, un protestante pronto a lanciare un mazzo di fiori dove ci si aspetterebbe un fumogeno. A spezzare la tensione c’è la sezione dedicata alle collaborazioni con il mondo della musica. Spicca tra tutte la copertina realizzata per Think Tank, album dei Blur del 2003. L’immagine è quella di un uomo e una donna, entrambi con il capo celato da uno scafandro, una sorta di rivisitazione de Gli amanti di Magritte, icona perfetta per un album che parla di alienazione come causa primaria del deterioramento dei rapporti umani, dell’amore come dell’amicizia, in una vita moderna che tende sempre di più ad allontanarci.

Purtroppo la mostra si conclude quasi bruscamente con uno sguardo agli ultimi progetti dell’artista, che hanno trovato spazio soprattutto in Medio Oriente. L’assurdo e monumentale “Walled Off Hotel” a Betlemme, come assurdo e monumentale è il muro su cui affaccia, la vista peggiore del mondo, quella barriera che divide da anni due stati coinvolti in una guerra che macina ogni giorno da 70 anni civili di ogni età, chiamandoli “incidenti”. E le pietre lanciate da chi tenta di difendere il proprio ultimo, esiguo brandello di libertà, non riescono a scalfirne e disinnescarne gli ingranaggi, mossi da una matrice troppo lontana, situata in un’area del mondo molto diversa, una terra di multinazionali e possibilità. “Visit historic Palestine – The Israeli army liked it so much they never left!” (tradotto: ”Visitate la storica Palestina – Alle truppe israeliane è piaciuta al punto che non sono più andate via!”) recita uno degli ultimi poster in mostra, mimando un manifesto da pubblicità turistica. Ironia della sorte, da quando il “Walled Off” ha aperto i battenti le altre strutture si sono svuotate, mettendo in crisi il settore alberghiero locale e molti si sono lamentati dell’ipocrisia dei turisti, richiamati più dall’attrazione Banksy che da un reale interesse nella situazione politica. Insomma, nessuno è perfetto, nonostante le buone intenzioni. Tantomeno lo è Banksy, questo fenomeno senza volto, età o genere (perché dare per scontato il gender?). Potrebbe essere un individuo, una molteplicità o un’intera generazione! La mostra del Mudec contiene le opere più influenti e rappresentative della nostra epoca e, se tutto procederà secondo i piani, se questi avrà, in parole sue, “il fegato di resistere in maniera anonima in una democrazia occidentale e pretendere cose in cui nessuno crede più – come pace, giustizia e libertà”, non ne conosceremo mai l’autore.

 

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