“Menocchio” – Intervista al regista Alberto Fasulo di Fabrizio Ulivi

“Menocchio” – Intervista al regista Alberto Fasulo di Fabrizio Ulivi

Menocchio – Intervista al regista Alberto Fasulo

Articolo di Fabrizio Ulivi

Alberto Fasulo (San Vito al Tagliamento, 1976) è un regista italiano. Il suo primo lavoro è il documentario Rumore bianco (2008), girato sulle sponde del Tagliamento. Nel 2013 ha vinto il Marc’Aurelio d’Oro al Festival Internazionale del Film di Roma con Tir.

Unico, per ora, in tutta Bologna, il Cine Teatro Orione ha proposto Menocchio per tre serate consecutive, l’ultima delle quali, domenica 11 novembre, alla presenza del regista. Il film racconta la storia (vera) di Domenico Scandella detto Menocchio, un mugnaio vissuto nella seconda metà del ‘500 a Montereale, oggi in provincia di Pordenone, e processato due volte dall’Inquisizione; l’accusa, quella di aver propagato idee eretiche (la Vergine Maria? “I miei figli li ho fatti nascere io. Mia moglie non era vergine dopo”). La sua figura era venuta alla ribalta nel mondo accademico con la pubblicazione di Il formaggio e i vermi (1976) di Carlo Ginzburg, che lanciava la corrente di ricerca della microstoria. Il regista prende un po’ le distanze: gli interessa ricostruire una vicenda umana, una vicenda “morale”. Ci sono primi piani insistenti, quasi ossessivi, che sacrificano il paesaggio friulano: una scelta, dice Fasulo, dovuta al fatto che un uomo inquisito non ha, in effetti, molto orizzonte.

Ho incontrato il regista lunedì mattina, nel b&b Torte & Lini di Bologna – la colazione che ha accompagnato l’intervista era squisita. Come la conversazione che abbiamo avuto, in un bricolage a vocazione globale tra Saviano, Aristotele, Gaber, Miyazaki e Maharishi…

Partiamo da un tema a cui tengo e di cui ho anche già scritto, quello della contaminazione: ad un certo punto del film l’inquisitore chiede al parroco di preparargli l’elenco delle persone “contaminate” da Menocchio.

Questo era uno degli scopi principali degli inquisitori, e ciò di cui ci siamo principalmente occupati: ricostruire le dinamiche più che basarci sui verbali dei processi, attendibili fino a un certo punto; ricostruire le logiche, gli interessi delle varie parti: gli inquisitori erano interessati soprattutto a conoscere la provenienza delle idee di Menocchio, la loro circuitazione, perchè il loro obiettivo era fermare le idee, non solo gli uomini. È ciò che indaga, per esempio, anche Adriano Prosperi nei Tribunali della coscienza.

Come funziona secondo te l’infezione delle idee nell’era del web? Ci sono differenze rispetto all’epoca di Menocchio?

L’epoca di Menocchio è a una svolta quasi epocale, con l’invenzione della stampa che ha permesso la divulgazione e il distacco dei testi, quindi delle idee, da chi li ha prodotti; la stampa in qualche modo ha oggettivato la parola. Oggi questo processo è agli estremi, e ancora non ne conosciamo la portata… La facilità di propagazione delle idee comporta più che altro confusione, e manca, nella discussione di un’idea, il rapporto diretto tra le persone.

Ho notato che tieni molto al rapporto diretto, al faccia a faccia. Cambiando argomento, so che hai studiato filosofia a Venezia. Quanta filosofia c’è, se c’è, nel film?

In realtà ho studiato poco filosofia perché ho cominciato molto presto a fare cinema. Sono appassionato di filosofia, ma non mi ritengo un filosofo. Ti posso dire che non c’è azione che non sia filosofica, cosciente o no. Ho provato a ricostruire un contesto storico, e sicuramente Menocchio rientra nell’Umanesimo; è un film che racconta la centralità dell’uomo, il diritto di essere al centro, di essere ascoltato, come si vede nell’ultima scena.

Ieri hai detto che la Rai [co-produttrice del film insieme a Nefertiti Film e Hai-Hui Entertainment, N.d.R] era molto interessata a questo film. Perché?

Credo fossero interessati a un progetto un po’ insolito; anche rispetto al mio percorso, erano curiosi di sapere che cosa sarebbe saltato fuori.

Sull’eresia, invece: quale può essere oggi l’equivalente di un eretico?

Faccio fatica a rispondere… In prima battuta mi viene in mente Saviano. Credo che l’eresia sia un atteggiamento critico, mentale, psicologico; penso al padre di un mio amico, che è stato professore per molti anni mantenendo un atteggiamento critico – non nel senso di distruttivo, ma analitico. È un atteggiamento di non accettazione a priori, una sorta di eresia eterna, ciò che il potere non vorrà mai, che le persone possano anche dire di no di fronte alla seduzione, all’ammaestramento… L’eresia non è il cambiamento, secondo me. Al contrario, oggi un eretico potrebbe essere una persona che ha una morale “arcaica”.

Che va controcorrente.

Non è necessario andare controcorrente. L’eresia è sempre un giudizio dell’altro nei tuoi confronti. Un eretico crede di essere dalla parte della ragione, dell’ovvia ragione, anzi; Menocchio era convinto di non avere colpe, di non aver fatto del male a nessuno.

C’è un punto che problematizza un po’ tutto questo, nel senso che oggi la situazione mi sembra opposta a quella in cui viveva Menocchio: ci sono “verità” ufficiali (penso alla scienza, ma anche alla Chiesa), e c’è chi sente di avere il diritto/dovere di mettere in discussione queste verità – vaccini, fake news… È relativismo?

Non so se è proprio relativismo, ma il film cerca di mettere in luce questa dinamica, questa coscienza, di cui dovremmo tenere conto: non si può essere eretici a prescindere dagli altri, non possiamo avere le nostre opinioni fregandocene di quelle degli altri. Siamo animali sociali e abbiamo preso il potere della Terra, e se questo vale, vale per tutti: per Trump, per chi è seduto sulla bomba atomica, per chi cammina per strada e butta a terra la sigaretta… È il concetto di parcellizzazione che abbiamo della società, per cui non ci sentiamo parte di una comunità, e non in senso cattolico, ma psicologico. Ad esempio, l’altro giorno sono andato al mare e mi sono chiesto che cosa ‘dovevo’ fare: ero con i miei figli, c’era stata una mareggiata, c’era un sacco di immondizia – in queste situazioni mi viene in mente sempre Miyazaki, ovviamente [Ponyo sulla scogliera, N.d.R.]. Oggi è facile condannare, prendersela genericamente col resto del mondo, ma io sono cresciuto in un periodo in cui non c’era un’idea ecologica del pianeta. Invece essere lì, ora, prendere un po’ di spazzatura e portarla lontano dalla spiaggia, è una cosa che mi fa sentire in contatto con gli altri, perché lo faccio per me e per chi mi sta intorno. Ed è diverso dal fare la giornata ecologica e sentirsi “obbligati” ad andare a raccogliere l’immondizia.

Deve esserci partecipazione attiva.

Sì, è partecipazione, e Gaber lo diceva trent’anni fa. Io non sono un filosofo né ho la verità in tasca, e non ce l’aveva nemmeno Menocchio; faceva considerazioni sull’operato di chi professava certi valori e poi razzolava male…

Una domanda che non c’entra molto, ma che mi interessa personalmente: se dovessi mettere in parallelo Menocchio con le innumerevoli streghe morte sul rogo, che cosa ti viene in mente?

Non conosco a fondo l’argomento, penso semplicemente che qualcuno ha giudicato aggressivamente la loro visione del mondo, che non poteva avere diritto di esistenza. Tra Menocchio, le streghe e l’ortodossia cattolica non vedo differenze, è sempre una questione di ego. In molti casi non credo che le streghe fossero portate a divulgare la propria visione, mentre Menocchio lo era, anche per il fatto che gestiva un mulino, luogo di passaggio e d’incontro, e per la convinzione profonda nelle proprie idee. Si tratta anche di narcisismo, nel senso di voler essere riconosciuti per le proprie opinioni.

Posso chiederti se credi in Dio?

No.

Non posso chiedertelo o non ci credi?

No, non credo in Dio. Sono buddhista. Panteista, se vuoi, ma non perché veda Dio negli altri o in ciò che ci circonda… Beh, sto leggendo un libro molto bello di Maharishi, il fondatore della tecnica di meditazione trascendentale. Ha ragione quando dice che il tempo non esiste se non per noi: secondo me il tempo è ciclico, e se è ciclico è episodico. Fa un paragone col mare: l’esistenza di una persona è come il momento in cui un’onda si alza e diventa schiuma e si abbassa, ma il magma del mare, del mondo, è sempre qui, è sempre lo stesso; tu, che in un momento nasci, vivi, muori, è come se riemergessi continuamente – è la reincarnazione, ma non in un senso “oggettivo”; si può parlare di energia, di entropia, un concetto che mi ha sempre affascinato.

Tornando un attimo alla contaminazione, che cosa pensi del papa su Instagram, Twitter…?

Instagram è come la finestra su piazza San Pietro. Ne verranno altre.

Di finestre, dici?

Sì. Se pensi al papa che si affaccia, da una finestra, su una piazza fatta apposta per raccogliere migliaia di persone; adesso c’è il microfono, chissà come faceva una volta…

Permettimi un paragone azzardato: con i Promessi sposi. Ci sono dei punti di contatto, secondo me: gli “umili” protagonisti, un parroco che in entrambi i casi dà un contributo fondamentale alla storia, in negativo. Tra l’altro, Ginzburg nel Formaggio e i vermi si sofferma su don Odorico, che denuncia, per primo, Menocchio; la tua storia è un po’ diversa?

No, non proprio. Diciamo che non ho sottolineato quell’aspetto. Don Odorico parla subito male di Menocchio; da altre testimonianze emerge l’ipotesi che tutto questo fosse nato dal fatto che don Odorico si faceva la figlia di Menocchio. Se avessi costruito il film su questo, forse sarebbe stato più attuale ma avrei dovuto spostare l’asse sulla figlia, e ci abbiamo anche ragionato. Mi interessava più l’aspetto morale dell’uomo Menocchio. È un film moralista.

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